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Un commento sulla legge appena approvata su gestione grandi derivazioni idroelettriche

“Importante risultato è stato ottenuto oggi in Consiglio Regionale: la legge sulle grandi derivazioni idroelettriche. È ispirata al principio della tutela del territorio e del rispetto delle Comunità che sono interessate dalle opere che diventano i beneficiari di tutti i canoni. Le perplessità che ci avevano portato ad astenerci in Commissione sono state superate anche per l’accoglimento diretto e indiretto di nostri emendamenti”: così si è espresso Furio Honsell, consigliere regionale di Open Sinistra FVG.
“Questa legge tutela la sicurezza dei lavoratori, la voce e la sensibilità di chi vive in montagna e permette su quei territori che fino ad oggi sono stati trascurati o sfruttati, buone prospettive di sviluppo sostenibile.”

Relazione Honsell su DDL 107 di gestione concessioni di grandi derivazioni d’acqua a uso idroelettrico

Discutere una legge su questo tema, in questa regione, non è questione che possa essere guidata dai soliti criteri utilitaristici, nemmeno se strategici, e tanto meno da criteri opportunistici. La memoria di quanto vada ricordato non come la tragedia del Vajont, ma piuttosto come il massacro del Vajont, non è solamente vivissima in alcuni dei nostri cittadini sopravvissuti a quell’apocalisse che avvenne il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39 in quella valle violentata dalla diga, ma ha segnato per sempre l’immaginario del nostro paese. Quel massacro è stato il risveglio brutale dall’incosciente e criminale euforia che aveva caratterizzato l’Italia del boom.

A 57 anni di distanza, nella nostra epoca presente, altrettanto arrogante e incosciente di fronte ai segnali tremendi del riscaldamento globale, nella quale l’umanità tutta è minacciata di estinzione precoce a causa del proprio avido stile di vita, il massacro del Vajont assume nuovi e più forti significati e ci rivolge moniti ancora più severi.

Il nostro scrittore più famoso, Carlo Sgorlon, sempre capace di trasfigurare la narrazione di vicende locali in allegoria universale, nel libro L’ultima valle racconta la parabola di un certo tipo di sviluppo brutale in una valle di montagna, ovvero in un Vajont metafisico, che inesorabilmente conduce tutto e tutti a ciò che in friulano egli chiama il montafin, ovvero la fine del mondo. Il primo dialogo del libro si apre con le seguenti e inquietanti parole di Siro, un vecchio e per certi versi originale, abitante della valle: “secondo me ci sono delle novità nell’aria”. Penso che queste parole esprimano nel modo più limpido quello che deve essere lo spirito che ci deve guidare nel discutere questa legge: il rispetto delle sensibilità delle comunità che vivono quei territori, che ospitano quegli invasi impressionanti, che contengono quelle altrettanto impressionanti masse d’acqua da cui è possibile ricavare l’energia rinnovabile di cui c’è così tanto bisogno oggi. Sono loro i primi e perciò anche i più titolati depositari di quel bene indisponibile che è l’acqua. Non basta più infatti la, pur commossa, umana pietà per i 1917 morti del massacro del Vajont. Si deve riconoscere fattivamente che l’avidità senza troppi scrupoli, la miopia dell’economia coniugata ad una semplicistica e sciocca fede nella tecnologia, che si illude di un’ideale di progresso facile, sono i pericoli più grandi che ancor oggi, anche sotto altre forme, non siamo riusciti a scongiurare.

Giungiamo al DDL 107, come ci ha abituati questa Giunta, sul filo del rasoio, ad horas dalla scadenza del 31/10/2020 prevista dal comma 125-bis del D.L. n. 18/2020 nazionale, che ha prorogato quella originariamente definita dal D.L. n. 135/2018, per disciplinare la regionalizzazione della proprietà delle opere idroelettriche alla scadenza delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche. “Alle Regioni”, recita la legge “è demandata la disciplina, con legge, delle modalità e delle procedure di assegnazione. Le procedure di assegnazione delle nuove concessioni dovranno essere avviate entro due anni dall’entrata in vigore della legge regionale e in caso di mancato rispetto del termine di avvio da parte della regione interessata, si prevede l’esercizio di poteri sostitutivi da parte dello Stato”.

Ringrazio il gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle e in particolare i consiglieri Sergo e Capozzella per aver fatto suonare la sveglia e avviato già molti mesi fa, nel sonno di questa amministrazione, un percorso che ha portato a depositare la PDL n. 98 nel giugno scorso, e che oggi è abbinata al DDL 107, stimolando così il Consiglio e la Giunta su questo tema, e per avermi coinvolto nella fase finale della stesura della PDL n. 98, che ho firmato.

Le due leggi, se viste da sufficientemente lontano sono simili perché traducono quelli che sono i principi previsti dal D.L. n. 135/2018 nazionale. Entrambe vedono la Regione assumere con decisione un ruolo da protagonista in tema di concessioni definendo con chiarezza il regime delle opere e dei beni, le modalità di assegnazione di concessioni, le procedure, i bandi e i criteri di valutazione. Vengono individuate misure di compensazione, di miglioramento energetico e di risanamento ambientale. Entrambe le leggi rendono concreta la possibilità della costituzione di una società idroelettrica regionale a capitale misto, pubblico -privato, per la gestione delle grandi derivazioni. In entrambe le leggi vengono fatti sforzi precisi per sfuggire agli esiti di una certa giurisprudenza che ha già visto impugnare con successo da parte dello Stato analoghe leggi regionali di altre Regioni e per non prestare il fianco a possibili ricorsi al TAR da parte degli attuali concessionari. Al riguardo va sottolineato che l’ipocrita grido di protesta di questi ultimi, che vede addirittura come anticostituzionale l’acquisizione, senza equo esproprio, delle opere cosiddette “bagnate” è da rigettarsi categoricamente in quanto non va confuso il ruolo di concessionario, quale quello che hanno sempre svolto, con quello del proprietario.

Viste più da vicino però le due leggi presentavano originariamente differenze importanti che sono risaltate in Commissione, anche a seguito delle audizioni, soprattutto dei sindaci dei comuni interessati, delle associazioni di cittadini, e dei lavoratori.

La distanza tra le due leggi si è ridotta in sede di approvazione in Commissione con l’accoglimento di alcuni spunti ed emendamenti presentati dall’opposizione, frutto di interventi anche nostri, e sono state promesse ulteriori modifiche in sede di approvazione.

In primo luogo sono stati inseriti, all’art. 9, comma 2, e all’art. 21, comma 2, i necessari passaggi dei regolamenti previsti dalla norma attraverso le commissioni consiliari. I DDL a cui ci ha abituati l’attuale Giunta sono spesso norme quadro, che prevedono regolamenti o ulteriori decisioni e che purtroppo la Giunta propone di precisare sempre in modo autoreferenziale. Questi cortocircuiti del Consiglio non sono opportuni.

Altro obiettivo raggiunto in Commissione è stato l’articolazione più ampia dell’art. 17 sulle clausole sociali. Giungiamo a questa legge dopo una fase, per certi versi non ancora conclusa, nella quale i lavoratori delle dighe, i cosiddetti guardiadighe hanno subito un trattamento da parte di alcuni concessionari che ha messo a repentaglio la loro sicurezza e quella degli impianti, trattamento che a volte aveva il sapore di quegli sfruttamenti che avvenivano nell’Inghilterra del ‘700 agli albori dell’era industriale. Trattamenti, sui quali, avevamo richiamato l’attenzione del Consiglio ancora due anni fa, anche come gruppo Open – Sinistra FVG. Non sono ancora concluse tutte le cause di lavoro ma tutte quelle concluse hanno visto il concessionario soccombere e condannare la pratica di ridurre il personale in servizio presente e speculare sui suoi orari di lavoro. L’attuale formulazione dell’art. 17 è adesso soddisfacente e tutela in modo molto più forte i posti di lavoro in essere e la qualità dei contratti.

Significative infine sono state le modifiche ottenute in Commissione relative all’art 18, comma 1, sulle cessioni di energia, e all’art. 24, comma 4, delle norme transitorie, che adesso vedono destinare il 100% delle cessioni di energia gratuita, o la loro monetizzazione, ai servizi pubblici e alle categorie di utenti delle Comunità di montagna e dei Comuni della Regione interessati dalle derivazioni.

 

Rimangono però ancora alcuni aspetti piuttosto significativi che segnano una distanza ancora da colmare tra le due leggi. Ci riserviamo di dare parere favorevole alla presente legge qualora queste distanze vengano ridotte con precisi emendamenti nell’articolato della 107.

Tutti riguardano la tutela delle comunità maggiormente interessate dalle derivazioni.

Il primo concerne l’art. 21 sul canone di concessione e in particolare la modifica della formulazione del comma 2 lettera b) che attualmente così recita: “Con regolamento regionale […] sono determinati […] i criteri di riparto della quota dei canoni spettante ai Comuni i cui territori sono interessati dalle grandi derivazioni d’acqua a uso idroelettrico”.  Come si è detto deve essere primaria la tutela e la sensibilità delle comunità su cui grava il maggior peso e rischio delle servitù che nascono dalle derivazioni e dagli invasi e quindi dal ridotto o alterato regime dei corsi d’acqua. Se questa legge avrà una valenza storica, questa sarà proprio quella di ribaltare la vecchia logica opportunistica e affermare una nuova logica per armonizzare il conflitto tutela del territorio-sviluppo economico ovvero quella di assumere il punto di vista della comunità stesse, che ben è stato espresso nella lettera dei 53 sindaci della montagna inviata al Consiglio. Una logica nuova questa, che avrà una portata, alla luce dei moderni risvolti di tale conflitto, anche in ambiti molto diversi. Quindi non può essere prevista una mera quota di canoni, ma questa quota va specificata in legge è posta al 100%! Se così non venisse fatto allora vorrebbe dire che non si è capita la lezione, e i territori montani o immediatamente a valle sono visti come territori da sfruttare da parte di altre realtà.

Il secondo aspetto riguarda la delicata questione dei miglioramenti energetici all’art. 14, che vedono ancora parlare di “pompaggio e di bacini di accumulo in quota” senza una visione olistica che tenga conto di tutti gli effetti collaterali. Il caso del Lago di Cavazzo infatti, avrebbe dovuto essere preso seriamente in considerazione in questa legge. Era, e dico era, il più grande lago naturale della Carnia. Oggi, dopo vicende che l’hanno visto subire variazioni di livello drammatiche e spesso anche repentine, che gli infliggono oscillazioni estreme di temperatura dell’acqua e della quantità di detriti, il Lago non viene nemmeno nominato, se non indirettamente attraverso l’inquietante ipotesi di ritornare ad essere il bacino da cui attingere per il pompaggio dei bacini di accumulo in quota. Se davvero si intende legittimare con questa legge operazioni di miglioramento energetico in questa direzione, non è possibile limitarsi ad un articolato che preveda ciò che si pensava definitivamente tramontato. Va definito in questa legge un punto di equilibrio tra le esigenze ambientali, turistiche e industriali. Non si vuole discutere il concetto di bacini di accumulo che se ben congegnati possono permettere di mitigare le conseguenze dei mutamenti climatici, ma un tema potenzialmente così oneroso per le comunità deve essere disciplinato con attenzione molto maggiore, oppure va vietato.

Veniamo infine alle debolezze dell’attuale articolato.

La prima critica severa è di carattere culturale. Questa legge, come ho argomentato, potrebbe avere una valenza storica per questa regione ma anche per l’epoca nella quale è varata, perché tratta di temi energetici. Invece è priva di qualsiasi passaggio valoriale e strategico nei suoi principi. È priva di slancio ideale. L’art. 1 della PDL n. 98 esplicitava in modo dettagliato i significati ambientali strategici che investono temi quali l’energia da fonti rinnovabili, gli usi plurimi e sostenibili delle acque, il raccordo con il Green Deal europeo e quanto si dovrebbe fare davvero per la next generation, cioè per coloro che verranno, non come il nome di un intervento finanziario. L’art. 1 del DDL n. 107 è invece privo di qualsiasi visione.

La seconda critica è collegata alla prima e riguarda la genericità dell’art. 12 sui criteri di valutazione e dell’art. 13 sugli obblighi e limitazioni gestionali. In entrambi andrebbero posti criteri più precisi e stringenti, andrebbe creato lo spazio per un ruolo proattivo volto a coinvolgere le comunità, che favorisca la presentazione di proposte di valorizzazione e tutela dei territori. Va imposto per legge di abbandonare la logica utilitaristica degli attuali concessionari, per accogliere una logica territoriale. Non si tratta solamente di mantenere i posti di lavoro ma di incrementarli, favorendo l’occupazione anche femminile, giovanile e innovativa. Va da sé che ciò non può essere messo brutalmente nel capitolato come prerequisito, ma questi principi dovrebbero informare l’articolo e il futuro capitolato al fine di sollecitare proposte migliorative in tal senso. La transizione energetica del green deal vedrà grandi opportunità occupazionali nel settore delle fonti di energia rinnovabile. Questa legge sembra non esserne consapevole e lascia aperte tutte le porte per un telecontrollo che veda, come già purtroppo avviene, il trasferimento di tutta l’intelligenza gestionale altrove rispetto ai territori la cui sensibilità è stata trascurata per troppo tempo.

Infine la terza criticità è quella più tecnica. Se la Regione vuole svolgere un ruolo da protagonista nel settore idroelettrico deve tutelarsi da patti parasociali che potrebbero rendere il suo 51% una mera ipocrisia a fronte di accordi che ne imporrebbero la subordinazione al partner tecnico ancorché di minoranza. Questo punto va chiarito altrimenti si continua a predicare di una società energetica regionale quando la Regione finirebbe solamente per assorbire le perdite e non partecipare agli utili, come spesso accade nelle situazioni miste pubblico-private.

Su tutti questi punti faremo degli emendamenti, al cui accoglimento subordineremo il voto favorevole a questa legge che altrimenti vedrà la nostra astensione.

In conclusione questa legge potrebbe essere una legge storica per la nostra regione e per tutto il paese che ci guarda a valle del massacro del Vajont. Una legge che tuteli la prossima generazione, l’autentica Next Generation, e non solo il next budget.

Non ci saranno molte altre occasioni per operare in favore di coloro che verranno, se le perdiamo, alla fine le dighe resteranno solitarie per coloro che non verranno.

Qui puoi scaricare il testo del Disegno di Legge fuoriuscito dalla Commissione

Nuovo DDL sul lavoro: un mio breve commento

“Il Consiglio Regionale ha oggi approvato l’aggiornamento e la manutenzione della legge regionale sul lavoro 18/2005 che aveva ormai 15 anni. Come Open Sinistra FVG abbiamo votato a favore perché le norme introdotte erano opportune. A livello di principi, inoltre, sono anche stati accolti alcuni dei nostri emendamenti.” Queste le dichiarazioni del Consigliere Honsell “Rimane però la sensazione che sia stata persa un’occasione per mettere in atto azioni forti per affrontare quelle nuove problematiche del lavoro emerse soprattutto negli ultimi mesi a seguito dell’emergenza epidemiologica.”
“La prima riguarda i rischi del cosiddetto lavoro agile che spesso è solo lavoro a distanza e potrebbe innescare nuove forme di dumping salariale e sfruttamento dei lavoratori. Altro tema è quello dell’inclusione degli “inattivi”, che seppur sia stato recepito in firma generale, su nostro emendamento, è stato poi poco sviluppato. Infine – conclude Honsell – poco incisive sono sembrate le azioni a favore di quelle forme di precarietà che più hanno sofferto di recente, ovvero i lavoratori a chiamata e intermittenti.”

Relazione Honsell sul DDL 105 in materia di lavoro

Il lavoro è il punto archimedeo della nostra società civile, così come è stata anche informata dalla Costituzione proprio nel suo Primo Articolo.  Pertanto è di vitale importanza una legge che vada ad intervenire sul tema del lavoro. Proprio per questo, il DDL 105 avrebbe necessitato di un approfondimento in Commissione lungo e dettagliato, promosso in modo proattivo dall’Assessore, volto a cogliere spunti e a ridiscutere proposte. Purtroppo non è stato così. Il dibattito è stato veloce ed è avvenuto in uno dei tanti momenti di ingorgo legislativo e nel cuore di un dibattito sul Referendum Costituzionale.  Si sarebbe dovuto e potuto valorizzare molto di più il ruolo della Commissione nella fase istruttoria di elaborazione della legge. Ma in linea con l’atmosfera che ha determinato anche l’esito del recente referendum, che ha di fatto deprezzato il ruolo del Parlamento, i momenti di dibattito ormai vengono giudicati mere perdite di tempo. A mio avviso, ancora una volta si è perduta un’occasione di condivisione delle conoscenze e delle valutazioni, e questo porta a lavori d’aula condotti verso la contrapposizione invece che verso la collaborazione.

Una legge sul lavoro sarebbe cruciale già in tempi ordinari – ma lo è molto di più nei tempi straordinari nei quali stiamo vivendo quando si stanno sovrapponendo due rivoluzioni, due cambiamenti di paradigma nel lavoro: da un lato la globalizzazione, dall’altro la smaterializzazione dei luoghi di lavoro, delle sue modalità e degli stili di vita a seguito dell’emergenza epidemiologica.

Alla crisi economica derivante dalla globalizzazione e dagli opportunismi non arginati della delocalizzazione (si pensi alle crisi aziendali Safilo, DM Elektron, Sertubi, Eaton, … soltanto per citarne alcune, ben lontane dall’aver avuto un esito dignitoso per molti lavoratori) si sono aggiunte negli ultimi tempi quelle derivanti dalla rivoluzione generata dal Covid e quella del lavoro cosiddetto agile. Stiamo assistendo inoltre a dinamiche sociali di perdita progressiva da parte di tanti cittadini della capacità di elaborare un “progetto di vita” alternativo a quelli del secolo scorso. Dinamica che genera il preoccupante fenomeno della crescita del numero degli inattivi. Dato che è stato anche confermato alcuni mesi fa nell’imbarazzante DEFR, drammaticamente privo di tutta la parte programmatica, presentato dalla Giunta a luglio.

In questo contesto socio-economico difficilmente decifrabile e stabilizzabile una legge sul lavoro avrebbe pertanto dovuto essere un momento qualificante.

Così non è stato invece. E oggi siamo a discutere essenzialmente una legge di manutenzione. Tutti i sottotitoli degli articoli iniziano infatti con le parole: modifica o inserimento ovvero sostituzione di un articolo già esistente. Con ciò non voglio dire che moltissimi degli aggiornamenti proposti ad una legge di 15 anni fa non siano opportuni, pregevoli ed evidentemente funzionali alle esigenze della burocrazia amministrativa. Ma senza voler suscitare il risentimento dell’assessore che giustamente è orgogliosa del proprio lavoro e delle sue metafore sul “buio e la luce” non posso non rilevare che parole e concetti quali ad esempio: inattivi o lavoratori intermittenti della cultura, che sono indicatrici di fenomeni che abbiamo conosciuto recentemente come molto problematici e che vanno considerati, non mi sembra compaiano mai. E anche i concetti di lavoro agile e telelavoro, per non dire smart working, che sono la nuova frontiera della smaterializzazione del rapporto lavoratore-impresa e dunque quella dove è più a rischio la qualità del lavoro, sono articolate pochissimo nel DDL 105 e appaiono marginali. Troppo spesso sembra di essere davanti ad un articolato che più che governare l’esistente sembra quasi limitarsi a prenderne atto, rendendo quindi evidente l’inutilità di una azione politica che non ha ambizione di modificare lo stato delle cose.

Personalmente manifesto invece una certa preoccupazione per i lavoratori.

Anche l’introduzione del cosiddetto “principio di condizionalità” a cui sono subordinate le politiche attive e passive, nell’Art. 44, mi preoccupa. Oltre a non essere ben specificato, lasciando prefigurare situazioni di aut aut che potrebbero non tenere conto di alcune caratteristiche personali (ingenerando quindi nuovi inattivi), è rivolto esclusivamente contro i lavoratori. Non è applicato invece in modo simmetrico a imprese e datori di lavoro rispetto agli incentivi previsti da numerosi articoli. Nulla è subordinato ad accordi che non prevedano delocalizzazioni attraverso aziende del gruppo, o che prevedano tutele forti per i lavoratori.

A mio avviso è in atto un rischio concreto che possano nascere nuove modalità di sfruttamento dei lavoratori attraverso il lavoro agile, ovvero “da casa”, tutto a vantaggio dei datori di lavoro. Questi ultimi vedono diminuire i costi di produzione legati agli affitti e alla gestione dei luoghi di lavoro, agli orari, alle mense. Chi assicurerà che le postazioni di lavoro a casa siano rispettose di tutti i criteri di qualità che le norme sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro ci avevano assicurato. È vero che tante aziende sono state e sono tutt’ora in serie difficoltà a causa dei mutati stili di vita causati dall’emergenza epidemiologica, che purtroppo è ancora in corso, ma non si deve permettere che a pagare i conti per i minori utili siano le condizioni di lavoro dei lavoratori. È nostro dovere impedire che l’emergenza diventi un alibi per precarizzare e svilire ulteriormente il lavoro e i lavoratori.

La concertazione certamente va condotta coinvolgendo tutte le possibili organizzazioni dei lavoratori e tutti i sindacati. Ma un accordo aziendale senza la garanzia che sia conforme a contratti nazionali tutelati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative espone la Regione al rischio di finanziare modalità non sufficientemente certificate, che potrebbero nascondere forme di dumping salariale se non addirittura a nuove forme di delocalizzazione ancor più subdole.

Il mondo del lavoro è cambiato, e sottolineo “mondo” piuttosto che mercato del lavoro, perché se il lavoro si riducesse ad un mercato, ciò avrebbe conseguenze troppo pesanti anche sulla Costituzione. Non vorrei vivere infatti in una Repubblica fondata sul mercato, anche se spesso mi sembra già di farlo.

Insomma, potremmo dire che il mondo del lavoro è cambiato radicalmente ma non così la legge sul lavoro. Non me ne voglia assessore, ma non ci sfidi a proporle emendamenti radicali da presentare in 3 minuti in aula, volti ad arricchire la sua legge. Ci proveremo, ma non sarà possibile un’operazione radicale. Avremmo dovuto ragionare in modo più lento in commissione per ricomprendere le criticità che ho esposto fino a qui.

Come è accaduto in altre occasioni per molte altre leggi, penso alla sanità, anche questa legge è una legge che rimanda nelle sue concrete applicazioni a regolamenti. Per esempio agli Artt. 23, 33, 42, 45. Ci si riferisce a “regolamenti” spesso al plurale o a linee guida o a indicatori (come ad esempio all’Art. 30), non si specificano le griglie all’interno delle quali esplicitare quel principio di condizionalità fra politiche attive e politiche passive nell’Art. 44 (e ci sarebbe da discutere anche sul fra, perché non credo che sottintenda l’alternativa tra le due). Immagino che i regolamenti saranno tutti sottoposti al vaglio del Consiglio o alla Commissione regionale per il lavoro di cui all’Art. 5, ma non è proprio così esplicito, e si rischia così di lasciare tutta la forza di questa legge in mano alla burocrazia organizzativa.

La legge contiene numerosissimi ritocchi lessicali e linguistici, tipici delle leggi di manutenzione. Alcune scelte appaiono in verità un po’ curiose come l’emendamento che trasforma situazioni in ipotesi, vocabolo che nell’uso non può non suscitare nella formulazione dell’articolo una connotazione di discutibile discrezionalità.

Come ho già detto la legge contiene certamente moltissime migliorie pregevoli rispetto al testo precedente, che comunque rimane ancora valido. Mi riferisco qui alle norme sulla responsabilità sociale di impresa, ai ritocchi che permettono inserimenti lavorativi di giovani anche in formazione e le lavoratrici. Vi è indubbiamente attenzione alle tipologie di lavoratori più fragili. Apprezzo, anche se forse è ancora tutto da definire, l’Art. 6 sulla concertazione sociale e plaudo all’Art. 22 nel comma relativo al passaggio generazionale delle competenze la cui mancanza sta penalizzando pesantemente soprattutto la PA.

Passo infine ad elencare alcuni temi e aspetti più o meno specifici che dovrebbero essere presi in considerazione più approfonditamente e sui quali intenderemo proporre degli emendamenti.

  • Non si fa alcun cenno nell’innovazione organizzativa a incentivi per il software libero. Anche se in base al DL. 179/2016 di modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale vanno fatte analisi comparative, il software libero è utilizzato pochissimo. Usare software proprietario espone a seri rischi di sicurezza utenti e aziende e mantiene il nostro paese in una condizione di colonialismo digitale che tarpa le ali ai nostri giovani e alle nostre imprese. Molto importanti potrebbero essere i nuovi sbocchi occupazionali qualora la regione imponesse o incentivasse in modo premiale l’uso di software libero nell’innovazione organizzativa prevista all’Art. 35 e seguenti.
  • Come ho già detto il cosiddetto lavoro agile è trattato solamente superficialmente. Ci preoccupa l’Art. 35 in quanto non è chiaro a favore di chi sia il benessere organizzativo né esattamente quale fine abbia l’innovazione organizzativa, che la Regione intende sostenere. Ci si ricordi ad esempio, che l’INAIL non ha ancora elaborato protocolli per tutte le forma di lavoro agile.
  • Ancora una volta la Regione discrimina tra i lavoratori, in base agli anni di residenza, senza tenere conto di chi, pur non essendo residente è stato comunque occupato in regione e per fortuna le altre regioni non legiferano secondo i principi della nostra, altrimenti sarebbero i nostri lavoratori impiegati in contesti extraregionali a rimetterci. Questa logica si collega all’assenza di qualsiasi azione proattiva verso una politica del lavoro che richiami in regione nuovi lavoratori. L’intera legge è per così dire di tipo autarchico. In questa direzione va anche l’eliminazione del comma i) nell’Art. 21 della L.R. 18.
  • Questa considerazione ci porta ad affrontare le tematiche europee. È vero che il DDL 105 parla di lavoro transfrontaliero, e di internazionalizzazione del lavoro, nonché del raccordo con EURES (Artt. 14 e 41) dai sistemi informativi ai servizi per l’impiego, ma manca un nesso forte con qualsiasi strategia europea di ampio respiro. L’Europa compare soprattutto come erogatore di fondi non come punto di riferimento strategico. La nostra regione può crescere solamente aprendosi all’Europa.
  • Infine gli incentivi di cui agli articoli 17, 18, 21, 43, ad esempio, dovrebbero offrire maggiori garanzie nel sostenere azioni collaudate e discusse con le organizzazioni sindacali più rappresentative evitando sperimentalismi.
  • Non si fa alcun cenno ai gravi temi di sostenibilità ambientale che si sarebbero potuti collegare secondo il principio della condizionalità agli articoli sugli incentivi
  • Scarsamente approfondito appare il raccordo con il mondo della scuola, università, ricerca e formazione. Interessante l’art. 36 ma modesto nella portata.

In conclusione questa Legge presenta molti aspetti pregevoli ma sembra poco consapevole dei rischi e degli effetti rimbalzo negativi che sono particolarmente frequenti nei momenti rivoluzionari, nei quali cambiano i paradigmi.

Pertanto manterremmo un voto non favorevole qualora non vengano accolti gli emendamenti che proporremo. Rimangono infatti ancora inevase quelle domande che negli ultimi anni e soprattutto nell’ultimi mesi ci siamo posti: come tutelare i lavoratori nel cosiddetto “lavoro agile” fino a quando non si fa chiarezza su chi sia avvantaggiato da tale agilità? Chi cercherà di reinserire gli inattivi e come? Come si promuoverà la cultura di cui abbiamo tanto bisogno se non si tutelano i lavoratori intermittenti? Come rendere attrattiva la nostra regione per i lavoratori?

Testo DDL 105 fuoriuscito dalla Commissione

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