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Proseguire l’impegno per carceri più umane

Oggi due notizie molto tristi riguardanti il carcere di Udine: l’aggressione subita da uno psichiatra ad opera di un detenuto con forti problematiche comportamentali e il suicidio di un giovane transessuale straniero detenuto. Il carcere deve essere anche luogo di rieducazione e di recupero, come anche previsto dalla nostra Costituzione. Troppo spesso, invece, le nostre carceri sono luoghi abietti di violenza, dove la solitudine e l’emarginazione costituiscono una pena supplementare e non prevista da alcun codice, dove mancano adeguate tutele per chi lavora (come nel caso dello psicologo aggredito) o per chi vi è detenuto (come nel caso del suicidio).
Il sindacato autonomo di polizia penitenziaria (SAPPE) informa che solo nel primo semestre del 2018 vi sono stati nelle carceri italiane 24 suicidi e 585 tentati suicidio e molti di questi sono avvenuti per la carente sorveglianza imposta dai tagli di personale attuati negli anni e per l’assenza di una visione moderna e umana dello strumento carcerario.
L’amministrazione comunale di Udine negli ultimi dieci anni è stata costantemente attenta al tema della sicurezza e civiltà delle carceri anche grazie al lavoro del garante dei detenuti, il compianto Maurizio Battistutta. In tempi di retorica securitaria spinta e superficiale, Open Sinistra FVG ribadisce la propria posizione in favore di un sistema di pena non disumano e capace realmente di rieducare e reinserire nella vita civile chi si è macchiato – per colpa o debolezza – di un qualche crimine in un momento della propria vita.

Perché riaprire Via Mercatovecchio al traffico delle auto private è una brutta cosa per la nostra città?

Riaprire Mercatovecchio al traffico privato è una cattiva idea perché peggiora la nostra salute. Aumenteranno le polveri sottili, che con tanta fatica siamo riusciti a contenere, limitandoci a meno di 35 sforamenti annui, diversamente da quanto avviene in altre città del Nord. Aumenteranno le concentrazioni di ossidi di azoto, benzopireni e idrocarburi policiclici aromatici, che si stima conducano in Italia a 100 mila morti premature. Perché aumenterà il rumore acustico che ormai l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riconosce come collegato all’insorgenza di molte malattie croniche invalidanti come l’ipertensione o il diabete. Perché aumenterà il rischio di incidenti.È una cattiva idea per il nostro spirito, che ha bisogno di luoghi da vivere a misura d’uomo. Perché a causa della minore vivibilità in centro diminuiranno i residenti. Perché rallenterà la velocità di servizio dei mezzi pubblici, provocando la diminuzione del loro utilizzo. Perché faremo un salto culturale all’indietro nell’idea di città del XXI secolo quale luogo inclusivo e accessibile. Avete mai sollevato lo sguardo verso gli edifici che si affacciano su Mercatovecchio, valorizzati dall’illuminazione realizzata da Amga-Hera, facciate che i grandi maestri come Gino Valle hanno lasciato in eredità a dimostrazione della nostra secolare cultura urbana e civile? Chi potrà più goderne senza il rischio di venir arrotato?
La decisione di riaprire alle auto è stata presa a Udine mentre da New York a Seul, da Sacile a Muggia, gli amministratori cercano di creare luoghi al posto dei non-luoghi. Mentre il modello ideale è la piazza medievale delle città italiane intesa come luogo di socialità? Con la forza della ricostruzione storico-scientifica eravamo sul punto di restituire il luogo medievale di Udine, quello che la fece diventare capitale del Friuli: Mercatovecchio, che fu piazza del mercato. Quale modello di città ci viene invece proposto? Riaprire al traffico Mercatovecchio vuol dire privarci di uno spazio che gli amministratori locali e urbanisti illuminati ci invidiano. Dove andrà a finire la Udine, che aveva acquisito una reputazione europea nella lotta all’inquinamento e al traffico? Avevamo costruito un parcheggio di destinazione per combattere il traffico passivo. Il progetto era arrivare rapidamente al centro, procedere a piedi lungo Mercatovecchio pedonale, entrando dal giardino dell’ex-Banca d’Italia. Perché questa riapertura? Solo per una promessa elettorale a qualche commerciante che ha combattuto la riqualificazione di Mercatovecchio nell’illusione che un’impossibile macchina del tempo potesse “dargli la percezione” di rimettere i conti a posto? Ci sono anche commercianti in aree non Ztl che mi hanno chiesto di renderle pedonali per avere l’impressione di essere in centro. Con la riapertura al traffico rischiamo un tremendo ritorno al passato fatto di quella cattiva qualità dell’aria che ci faceva tossire da bambini, mentre storditi dal rumore e oppressi nello sforzo di non farci investire sognavamo un futuro urbano più a misura di persone. La riapertura di Mercatovecchio sarà una cosa brutta per Udine e sarà ancora peggiore per i cittadini che la vivono.
Fonte: Messaggero Veneto 

Giornata mondiale del rifugiato 2018

In occasione di questa Giornata Mondiale del Rifugiato, penso sia doveroso, almeno per qualche istante, immedesimarsi in chi stia vivendo questa condizione. E non penso solamente a coloro che vinta la paura del diverso e del razzismo, che certamente subiranno, sono costretti a lasciare i propri cari e le cose che sono loro familiari, e partire verso un altrove a cercare sicurezza, dignità, futuro e speranza –  in una parola sola – rifugio.
Penso anche a chi invece rimane. Madri, padri e familiari che trepideranno per loro e, troppo spesso, non ne avranno forse mai più notizia. Dobbiamo aver cura di chi si rifugia da noi anche nel nome delle loro madri e dei loro padri, di chi non ha potuto accompagnarli e ce li ha affidati, ogni giorno augurandosi che possano avere una vita migliore, in salvo.
A Udine nei 10 anni nei quali sono stato Sindaco della città, non solamente non abbiamo mai mandato via nessuno, ma abbiamo cercato di offrire a chi cercava rifugio a Udine dignità e futuro, come del resto a tutti gli altri che sono parte della nostra comunità. Abbiamo promosso progetti SPRAR per quasi un centinaio di persone, ospitato fino alla maggiore età ogni anno oltre 120 minori non accompagnati e abbiamo soprattutto avviato l’iniziativa di accoglienza diffusa AURA (Accoglienza Udine Rifugiati Richiedenti Asilo) in collaborazione con molte cooperative e associazioni per oltre 350 posti. Iniziative che, oggi, qualcuno che non mi rappresenta vorrebbe chiudere. Abbiamo anche dato a molte altre migliaia di persone, arrivate quando tutti gli altri posti erano già occupati, accoglienza dignitosa con la Croce Rossa alla Cavarzerani.
Provo orrore per la distinzione tra migranti non economici e migranti economici, che distingue tra i primi, forse meritevoli, e gli altri colpevoli di essere poveri. Forse sono tutti migranti ecologici, perché abbiamo reso questo pianeta meno abitabile.
Provo orrore in questi giorni per le dichiarazioni del vice-premier italiano Salvini, per la sua crudeltà nei confronti di chi si trova sulla nave Aquarius alla deriva nel Mediterraneo, per il suo gongolante cinismo. Provo orrore per la nave della marina americana che ha abbandonato in mare i corpi dei migranti morti annegati senza un gesto per le loro famiglie, perché una marina che ha dieci portaerei nucleari, non aveva delle celle frigorifere.
Provo paura che questo pensiero possa diffondersi e diventare dominante ora che viene legittimato così ad alto livello.
Penso invece come la filosofa francese Simone Weil: ““Tu non mi interessi” è qualcosa che nessuno può dire se non commettendo una crudeltà e ferendo la giustizia”. “Perché dalla più tenera infanzia sino alla tomba, in fondo al cuore di ogni essere umano, c’è qualcosa che malgrado tutte le esperienze dei crimini subiti, sofferti o osservati, si aspetta indomabilmente che gli si faccia del bene e non del male”.

Sul futuro della città di Udine: qualche riflessione

Sottoscrivo pienamente gli interventi di Ndack Mbaye e di Giovanni Tomai ripresi dai rispettivi profili facebook e pubblicati oggi nel quotidiano del Messaggero Veneto di Udine (articolo di Giulia Zanello, si veda qui sotto).

Il centro-sinistra dovrà attrezzarsi per il futuro in modo più incisivo contro la retorica xenofoba in atto: a tal proposito rivendicare il valore civile delle politiche d’inclusione perseguite dalle nostre Giunte negli ultimi dieci anni può essere un buon punto di partenza.


Il post su Fb di una studentessa senegalese laureatasi in città.
Un commerciante: «Questo modo di fare uccide Udine»
«Essere sindaco di una città significa amministrarla nell’interesse della cittadinanza che la vive o che l’attraversa. Di tutta la cittadinanza, anche di quella che non ci piace».Si firma «un’altra senegalese che accetterebbe volentieri un biglietto, anche di sola andata. Tanto sono nata libera – aggiunge – a quanto pare Fontanini ha soldi da buttare e una vacanza nella prima delle mie tante case me la faccio volentieri. Poi torno a spese mie, tranquillo». Non sono parole tenere quelle di Ndack Mbaye, una ragazza da poco laureatasi all’università Udine, nei confronti del neoeletto primo cittadino Pietro Fontanini, in merito alle dichiarazioni comparse sulla stampa sul caso del ragazzo di colore al quale si è offerto di pagare il biglietto per rientrare al suo paese. «Essere sindaco di una città significa sapersi ergere al di sopra delle spinte emozionali e agire secondo una compostezza che non è solo rigore formale, ma soprattutto un’attitudine in grado di facilitare la predisposizione verso l’altro. Di qualsiasi altro, anche quello che non ci piace», continua la ragazza nel post pubblicato ieri sul profilo personale di Facebook, commentando che pur essendo solo da qualche giorno sindaco «già mette in scena arroganza, mancanza di rispetto, razzismo».Non è accettabile, a suo parere, «contattare un individuo, predisporgli un rimpatrio, banchettare sulla sua pelle. Se per lei lo è, almeno dovrebbe percepirne la volgarità – prosegue rivolgendosi allo stesso Fontanini -, accompagnata dalla boriosità di elemosinare qualche centinaio di euro a patto di arrogarsi il diritto di decidere anche che chi vuole rimandare a “casa” poi ci resti pure. Nel suo cantuccio, come la spazzatura appena ramazzata». «Bubba in realtà è Bouba, che è il soprannome di chi si chiama Boubacar, che si legge Bubacar, che è un nome di chi da qualche parte nel mondo, fuori dalla fortezza dell’occidente, ha da sempre un vero nome e una vera identità e una vera dignità». E proprio sulla mancanza di empatia e sulla scarsa predisposizione all’accoglienza è intervenuto nel dibattito sui social anche Giovanni Tomai, un commerciante che, dopo aver assistito a un controllo da parte dei vigili a un ragazzo di colore che da anni vende libri in piazza Duomo, ha deciso di esprimere il proprio pensiero sulla propria bacheca Facebook, in un post che in poche ore ha fatto il giro del web e anche di WhatsApp. Per un’ora ieri mattina «due auto dei vigili e una della polizia, per un totale di sei agenti» hanno stazionato in via Vittorio Veneto «tenendo in stato di fermo un ragazzo di colore che vende i libri. Avendo sia i documenti sia il permesso da ambulante in regola (ha esibito anche la partita Iva) – scrive il commerciante – alla fine gli è stato contestato, senza sanzione, il fatto di stare in mezzo alla strada. Tala, che è il suo nome, lo conosco e la sua occupazione principale, oltre ai libri, è quella di indicare gli stalli liberi a chi arriva in auto in piazza Duomo. A me è sempre sembrato un ottimo servizio». Morale della vicenda, scrive sempre Tomai, «al Tala i sei agenti, con estrema professionalità e cortesia, hanno fatto pelo e contropelo. Ai suoi “ma è la seconda volta oggi” hanno risposto “sono le regole”. Il Tala gli ha fatto notare che fino all’altro giorno quando passavano in piazza lo salutavano – aggiunge -, ma effettivamente hanno fatto il loro lavoro».Nel sottolineare il comportamento corretto delle forze dell’ordine che hanno eseguito il proprio dovere, Tomai contesta, però, la reazione di diversi passanti: uno che urla «fategli pulire il suo cacan», qualcuno che pronuncia frasi razziste e i molti che si sono fermati a fare foto sullo sfondo. «Tra di loro, la menzione d’onore va alla signora che si avvicina con il cellulare – racconta ancora Tomai -, Tala che si copre con le mani il viso pieno di umiliazione e lei che gli sghignazza in faccia: “cos’hai, paura che ti rubo l’anima?”». Per Tomai se questa, come ha detto il sindaco, è la “città della morte” è proprio questo modo di fare a uccidere la città.

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