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Relazione su DDL 83 “Contributi per interventi per la manutenzione delle reti stradali comunali”

Questo DDL sarebbe da censurare anche se non dovessimo approvarlo in questo contesto tanto tragico da sembrare irreale, dopo una sospensione di quasi due mesi di molti diritti civili e democratici, quali la possibilità di salutare e dare sepoltura ai nostri cari (che come ricorda il filosofo Agamben, è un diritto riconosciuto dai tempi di Antigone), il diritto di andare a scuola, di muoverci liberamente, di cercare un lavoro, di svolgere elezioni. C’è oggi la piena consapevolezza che nei nostri piani per le emergenze erano state clamorosamente trascurate le emergenze epidemiologiche, e che il nostro sistema sanitario era esemplare nella medicina di prestazione ma era invece poco flessibile a gestire grandi numeri di pazienti. C’è inoltre la presa di coscienza che le conseguenze economiche delle misure sociali prese stanno colpendo pesantemente tantissimi lavoratori e le loro famiglie e lo stanno facendo in modo iniquo colpendo proprio le fasce più fragili.

Un DDL approvato in questo contesto emergenziale, per rispetto verso la tanta sofferenza intorno a noi, avrebbe dovuto essere indirizzato a mitigare almeno in minima parte quanto sta avvenendo nelle case di riposo e nelle RSA o avrebbe dovuto affrontare altre misure di contrasto al Covid-19 e inaugurare una nuova stagione di edilizia sanitaria ed edilizia assistita.  Avrebbe almeno potuto prevedere interventi per il completamento delle infrastrutture telematiche che hanno tanto penalizzato una percentuale significativa di cittadini in questi mesi.

Invece questo DDL è improntato al più imbarazzante “facciamo finta che non sia successo niente”. E per di più non è innovativo ma è figlio della più banale operazione propagandistica “vecchio stampo”. E pertanto sarebbe stato da censurare anche in epoca “avanti Covid”.

Di cosa ci occupiamo invece? È francamente imbarazzante: di micro interventi di manutenzione stradale. La Giunta strizza l’occhio in modo propagandistico ai sindaci amici premiando quel tipo di campagna elettorale che non ha saputo guardare in alto alle strategie di grande respiro, ma ha alimentato e fatto leva in modo populista su quell’availability bias, su quella distorsione cognitiva che non ritiene che nulla sia significativo se non quanto abbiamo davanti al naso che si può sintetizzare parafrasando il detto latino: Fiat asphlatum et pereat mundus “Che non ci sia la buca davanti casa, e vada pure a fuoco il mondo!”

Si fosse poi voluto proprio parlare di strade si sarebbe potuto indirizzare gli interventi in direzioni strategiche di sostenibilità ambientale. Si pensi all’utilizzo delle tecnologie dell’Internet of Things applicate alla sicurezzanelle infrastrutture stradali, viarie e ciclabili, ai nuovi macchinari per la manutenzione delle strade oppure ai temi dell’eco-sostenibilità e dell’innovazione nei progetti di manutenzione, come ad esempio alla realizzazione di asfalti fonoassorbenti con materiali riciclabili, alle cd. “barriere connesse” o all’illuminazione a LED. Si pensi alla prevenzione e al recupero e al contrasto delle instabilità geologiche.

Ma no! Vietato guardare in alto! Non c’è assolutamente nulla di strategico e innovativo. La Giunta si riserva di fissare autonomamente i criteri nel bando e quindi di orientare la graduatoria, udite anticipatamente le richieste in via confidenziale, così da rendere le domande un mero adempimento formale. Tanto le cifre messe a disposizione sono scarse, e verranno frantumate tra i piccoli comuni. Si parla dei piccoli Comuni che sono interessati in modo sistematico ai transiti dei trasporti eccezionali. Ma obiettivo della legge è la sicurezza di alcuni o di tutti? Ma importanti non sono le opere, è lo “spot elettorale”. La Regione finalmente si adopera per la GRANDE OPERA (tutto maiuscolo) di sistemare qualche decina di metri di asfalto, tappare qualche buca (per poi richiedere i rallentatori) o di marciapiede, mettere qualche lampione. Se poi succederà poco… poco male, il messaggio propagandistico è partito, tutto il resto sarà colpa del Governo Nazionale, o dell’Europa, o dei migranti, o di qualche sindaco di parte politica avversa.

Dico basta con queste operazioni di piccolo, anzi minuscolo cabotaggio. Ben altro deve essere il ruolo della politica. Questa dovrebbe indirizzare, stimolare all’innovazione, ispirare, liberare le visioni degli amministratori dagli stereotipi! Se c’è un modo per dare un senso alla tanta sofferenza di questi mesi è proprio quello di cambiare radicalmente il modello di sviluppo che ha ispirato questi ultimi sciocchi decenni.

Nel contesto drammatico nel quale stiamo vivendo ci vorrebbe ben altro piglio!

Noi ci rendiamo comunque funzionali proponendo spunti e osservazioni che tradurremo in emendamenti che possano dare un po’ di slancio a questa legge miserrima nel suo impianto e certamente nei possibili effetti.  

Passo quindi ad offrire un contributo sulla mobilità sostenibile per far comprendere quale tipo di politica vorrei sentire e discutere in questo Consiglio. Spero vengano recepiti.

Un Disegno di Legge necessario per affrontare le grandi sfide che la mobilità ci impone oggi dovrebbe partire dalla considerazione che le modalità con le quali i cittadini si spostano all’interno di un Comune o tra più Comuni limitrofi sta evolvendo: secondo le ultime ricerche ISTAT (2018) il 21,1% della popolazione sceglie una forma “attiva” per gli spostamenti, ad esempio va a piedi il 17,4% o va in bicicletta il 3,7%. Inoltre, sono sempre di più i cittadini che compiono anche piccoli tragitti con la propria autovettura, condividendoli con altri soggetti mediante formule di sharing mobility. Oltre all’evoluzione di questi fenomeni vi è la nascita di nuovi mezzi, come ad esempio il monopattino elettrico.

In questo DDL non si parla però di “infrastrutture ciclabili” al comma 2 dell’articolo 2. È fondamentale invece investire risorse economiche importanti in infrastrutture ciclabili.La costruzione e la manutenzione delle infrastrutture ciclabili rappresenta l’unica leva per incentivare l’uso sicuro della bicicletta. Inoltre, la loro costruzione ha un impatto inferiore rispetto a quello richiesto per le corsie destinate al traffico motorizzato con una conseguente riduzione dei costi di costruzione delle opere per la viabilità e un più contenuto consumo di suolo. La European Cyclist Federation (ECF) ha stimato come nella UE-28 il minor impatto delle ciclo-infrastrutture sul territorio, rispetto a quelle dedicate ai veicoli a motore, ha un valore di 2 miliardi di euro a livello europeo che con gli attuali livelli di ciclabilità (il 4,25% del dato UE) significa oltre 85 milioni di euro per l’Italia.

Sostituire gli spostamenti in auto con quelli in bicicletta, inoltre, determinerebbe anche un minor inquinamento del suolo derivante dall’uso di combustibili fossili e altre sostanze nocive con una riduzione della pressione sul suolo. Da considerare, inoltre, che usare l’automobile costa sei volte in più che pedalare. Per non parlare dei risparmi su: il sistema sanitario, il tempo (misurato in ore di traffico in meno), la produttività e l’efficienza logistica e dei trasporti pubblici, il minore inquinamento acustico, ambientale e la riduzione degli effetti sul cambiamento climatico. Un ciclista medio poi non si scoraggia soltanto per l’assenza di infrastrutture adeguate ma dalla mancanza di predisposizione di tutta una serie di strumenti che consentano di rendere l’uscita in bicicletta sicura: basti pensare alla carenza di parcheggi adeguati, di attrezzature per la riparazione di piccoli danni alla propria bici o all’assenza delle rastrelliere.

L’uso della bicicletta e quindi il potenziamento della viabilità ciclabile ha significativi risvolti di salute. La sedentarietà è la quarta causa di mortalità a livello globale, secondo il WHO (World Health Organisation) per la correlazione con l’insorgenza di patologie legate a obesità, disturbi cardiocircolatori, diabete, depressione, etc. I tassi di inattività fisica risultano elevati in tutto il mondo e correlati con il progresso tecnologico. Svolgiamo meno attività fisica rispetto alle generazioni precedenti. Se a questo aggiungiamo errate abitudini alimentari, il rischio di insorgenza di patologie legate all’obesità aumenta. Le cosiddette forme di trasporto attivo (camminare, pedalare e utilizzare trasporti pubblici), incentivando l’esercizio fisico sono state riconosciute come possibili rimedi a cattivi stili di vita. In conclusione politiche sinergiche per favorire la mobilità attiva in tutta sicurezza e l’esercizio fisico hanno importanti finalità di salute pubblica.

Al comma 2, art. 2 si parla di manutenzione dei marciapiedi e degli attraversamenti pedonali. Bene! Ma quali criteri devono essere adottati per realizzare queste manutenzioni! Vanno eliminate le barriere architettoniche per i soggetti con problematiche di disabilità motorie o ipovedenti, per le persone più anziane o per le famiglie con bambini piccoli. Si pensi solamente agli scivoli per le carrozzine, alle fermate dei bus predisposte per le persone con disabilità o con problemi fisici oppure agli ascensori o alle rampe nei sottopassi stradali o pedonali. Ricordo molto bene nella mia recente esperienza di Sindaco di Udine il costo molto elevato per la sistemazione in sicurezza dei marciapiedi: si parla di parecchie centinaia di euro al metro. Si devono sistemare le canaline, le plotte tattilo-plantari, gli scarichi, gli scivoli. Con i micro finanziamenti di questa legge si fa ben poco di tutto ciò.

In questo DDL manca completamente l’innovazione e la ricerca di sistemi o materiali efficienti e sostenibili. Desidero elencare qui alcuni esempi di best “practices” italiane ed europee che secondo me possono essere valutate in questa tipologia di legge:

  • Quando si parla d’illuminazione (comma 2, art. 2) bisognerebbe indicare come migliorare l’illuminazione e la qualità della vita dei cittadini. Nel mio mandato di Sindaco ho portato a termine un progetto innovativo per la sostituzione dell’intera illuminazione pubblica della città con sistemi a Led, con la precisa finalità di riduzione delle emissioni di CO2 da fonti fossili e per un efficientamento energetico. Ma il progetto era strategico, d’intesa con l’azienda che gestisce l’illuminazione pubblica. Un micro finanziamento non permette nulla di tutto ciò.
  • Se si parla di asfaltature si devono incentivare quelle “eco-sostenibili”, quali ad esempio il fresato d’asfalto per la produzione di conglomerato bituminoso che permette ampi risparmi, il bitume realizzato con pellet polimerici, prodotto da materiali riciclati dalla plastica, o ancora l’asfalto “modificato” con l’aggiunta di polverino di gomma riciclata da PFU (Pneumatici Fuori Uso) che permette una maggiore resistenza all’usura e alla formazione di crepe e buche, e che dura pertanto fino a 3 volte più degli asfalti convenzionali, con un conseguente contenimento dei costi di manutenzione, e inoltre una riduzione del rumore generato dal passaggio dei veicoli fino a 7 dB.
  • Le ultime generazioni di vetture sono sempre più connesse e smart vanno pertanto sfruttate queste innovazioni. Ad esempio un’azienda italiana ha creato una barriera laterale e spartitraffico interattiva che possiede un sistema di illuminazione integrato automatico che, tramite sensori, si illumina in caso di nebbia. Inoltre, sempre grazie ai sensori, è in grado di allertare autonomamente e in tempo reale i soccorsi in caso di incidente ed è integrabile con le applicazioni delle auto vetture. Queste sono le smart road, le strade del futuro, sulle quali i veicoli possono comunicare e connettersi tra di loro! La smart road è in grado di agevolare la mobilità grazie all’implementazione di sistemi di rilevazione del meteo e del traffico, deviando i flussi di traffico nel caso di incidenti, suggerendo traiettorie alternative, intervenendo sulle velocità per evitare situazioni di congestionamento, gestendo accessi, parcheggi e rifornimenti, permettendo interventi tempestivi in caso di emergenze. Ciò sarebbe importante soprattutto nelle strade dei Comuni montani o dei Comuni che sono interessati in modo sistematico ai transiti dei trasporti eccezionali.
  • Un’altra tecnologia, che però richiede ben altri investimenti, ma è utile per la maggiore scorrevolezza del traffico e sicurezza per i pedoni e i cicli e quindi una diminuzione dell’inquinamento per il minor tempo di arresto delle auto, è il Sistema intelligente per la sincronizzazione degli impianti semaforici. Questa è un’altra tecnologia che dovrebbe essere spinta maggiormente nella legge. Questo sistema è molto interessante in particolar modo per i Comuni interessati in modo sistematico ai transiti dei trasporti eccezionali.

Segnalo inoltre come nel DDL manchi uno specifico riferimento ad un coordinamento con i progetti delle cd. “Zone 30” che spesso caratterizzano i piccoli comuni della nostra regione.

Infine nella relazione introduttiva si parla di “manutenzione ordinaria e straordinaria”, di “mantenere la qualità delle infrastrutture viarie comunali adeguata alle funzioni svolte”, di “priorità alla sistemazione dei tratti degradati e dissestati” ma mai da nessuna parte, e ciò è grave, si parla di manutenzione di ponti e gallerie comunali che avrebbero reali necessità di interventi urgenti, al fine di evitare inutili tragedie come quelle che abbiamo ancora impresse nella memoria

Il parere su questo DDL è quindi molto negativo, e ci vedrà contrari se non verrà modificato in sede di discussione tenendo conto delle osservazioni qui espresse: in questo senso il nostro gruppo proporrà una serie di emendamenti e/o ordini del giorno.

Disegno di legge “enti locali”: affossa il sistema e non lo migliora

Per Furio Honsell il disegno di legge sugli Enti Locali “è una legge che ha solo l’ambizione di essere una riforma degli enti locali in Friuli Venezia Giulia, ma nella realtà si esaurisce nell’affossare il sistema precedente invece di migliorarlo. La sua “pars costruens” è infatti miserevole e medievale, ispirata al principio del “ogni contado si arrocchi intorno al proprio castello”.

Il Consigliere di Open Sinistra Fvg critica innanzitutto la decisione di questa maggioranza di adottare la formula della proposta di legge di iniziativa giuntale: “una proposta di legge consiliare sarebbe stata molto più appropriata, soprattutto alla luce del fatto che sono decine i membri di questo Consiglio che hanno avuto esperienze significative e prolungate di Sindaco, mentre nella Giunta, uno solo forse ha avuto
tale esperienza”.

Aggiunge inoltre che questa metodologia “comprime notevolmente i tempi del dibattito, senza permettere un dialogo compiuto nelle audizioni”. Dialogo che ancora una volta secondo Honsell non si è compiuto neppure in aula: “questa maggioranza dimostra per l’ennesima volta la sua arroganza istituzionale. Non solo non vengono prese in considerazione le opinioni delle opposizioni ma non sono stati colti neppure alcuni degli spunti presentati dai Sindaci del nostro territorio nelle audizioni! Per correttezza istituzionale e rispetto del ruolo che ricopro – continua l’esponente di Open Sinistra Fvg – ho presentato numerosi emendamenti pur sapendo che non sarebbero stati accolti e infatti così è stato”.

“Ma l’aspetto più pericoloso di questo disegno di legge – conclude Honsell – è che non disegna un futuro dignitoso per i territori e per gli enti locali stessi che ne sono i soggetti esponenziali. Sembra quasi che il legislatore voglia costringere gli Enti locali ad una situazione di nanismo istituzionale. Ha forse in mente di rendere quindi inevitabile la reintroduzione di un organismo di controllo regionale sovracomunale più forte così da renderli di nuovo sudditi e vassalli come ai tempi del Patriarcato? Questa legge pone le basi per meccanismi che sono l’antitesi della multilevel governance che invece in tutta Europa sta irrobustendo il ruolo di Comuni e delle loro aggregazioni”.

Relazione Honsell su Ddl 71 “Enti Locali”

Questo disegno di legge avrebbe l’ambizione di essere una riforma degli Enti locali in FVG, ma si esaurisce nella pars destruens, che affossa il sistema precedente invece di migliorarlo, dimostrando così di non coglierne gli aspetti positivi. La sua pars costruens è infatti miserevole, la definirei medievale, perché ispirata al principio del ogni contado si arrocchi intorno al proprio castello!

Questo DDL è così infelice anche perché frutto di quella modalità legislativa caratteristica di questa Maggioranza che, anche su un tema così importante, utilizza la formula affrettata e affannosa del Disegno di Legge di iniziativa giuntale, da approvarsi a tappe forzate, invece di una più meditata Proposta di Legge di iniziativa consiliare. Ciò ha obbligato la Commissione a comprimere i tempi del dibattito, senza permettere un dialogo compiuto nelle audizioni. Una Proposta di Legge consiliare sarebbe stata molto più appropriata, soprattutto alla luce del fatto che sono decine i membri di questo Consiglio che hanno avuto esperienze significative e prolungate di Sindaco, mentre nella Giunta, uno solo forse ha avuto tale esperienza.

L’Assessore, nel presentare con orgoglio questo disegno di Legge, che ritiene un momento qualificante del suo mandato, ha dichiarato di aver raccolto l’opinione di molti rappresentanti degli enti locali oggi in carica. Così però denuncia proprio il principale difetto del DDL che è l’essere assolutamente impressionistico nell’impianto e umorale, espressione dei pregiudizi cavalcati dall’attuale maggioranza in campagna elettorale e maturati nell’azione di sabotaggio della riforma precedente.

L’Assessore ci invitò invero, a fare delle osservazioni su questo DDL già un mese fa circa, ma al riguardo vorrei citare il famoso commento del grande fisico tedesco Wolfgang Pauli, uno dei padri della Teoria dei Quanti, che di fronte ad un articolo scientifico che gli era stato presentato da un giovane ambizioso collega disse “Das ist nicht nur nicht richtig; es ist nicht einmal falsch!“. Ovvero, come oggi è diventato proverbiale dire in inglese per caratterizzare tanti esempi di pseudoscienza, “That isn’t only not right; it’s not even wrong!“, ovvero in italiano “Non solamente non è corretto, ma fosse almeno sbagliato!”. E voglio, con questa legge, inaugurare l’applicazione di tale commento anche fuori dall’ambito delle scienze fisiche, per proporlo in quello probabilmente più difficile ancora, delle scienze politiche!

Cercherò di spiegare ora un giudizio così severo che mi obbligherà a votare contro questo DDL, come Open-Sinistra FVG, anche se per senso del dovere istituzionale non mi sottrarrò al compito di offrire degli emendamenti e degli ordini del giorno.

La Legge regionale 26/2014 che questo DDL affossa, e ancor di più la Legge regionale 18/2015 che su di essa si appoggiava, avevano cercato di superare la principale criticità del nostro territorio ovvero la sua incapacità secolare di fare sistema, da cui deriva l’esagerata frammentazione degli Enti locali. La Scozia vanta una quarantina di enti locali a fronte di 5 milioni e mezzo di abitanti. Il Friuli Venezia Giulia ne vanta oltre duecento per poco più di 1 milione di abitanti! L’assetto delle Unioni territoriali intercomunali (UTI), soprattutto attraverso il principio della concertazione, obbligava i Comuni, per la prima volta dalla caduta del Patriarcato, a ragionare e a progettare in termini di area un po’ più vasta – più ampia di quanto si riesce ad intravedere dal proprio campanile! Permetteva infatti una pianificazione, prima elaborata all’interno delle UTI, e poi sviluppata secondo una procedura molto innovativa di multilevel governance in un confronto programmatico con la Regione. La fragilità del nostro territorio regionale, che si è rivelata in tutta la sua profondità proprio nel fronteggiare la crisi del 2008, crisi assolutamente non ancora superata, deriva proprio dal fatto che ognuno degli oltre 210 comuni si vuole organizzare invece come una piccola metropoli, dotata quindi in modo autonomo di tutti i servizi e di tutte le infrastrutture viabilistiche, industriali, commerciali e artigianali. Ebbene tutte queste duplicazioni non solo non sono più sostenibili finanziariamente, ma soprattutto non lo sono dal punto di vista ambientale e funzionale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una moltitudine di capannoni abbandonati e di centri commerciali scarsamente frequentati. Queste duplicazioni hanno condotto ad un bisogno disperato di personale qualificato spesso introvabile o impiegato a scavalco. Il progetto delle UTI, che era certamente da correggere, aveva invece proprio lo scopo di far giocare tutti in squadra mettendo a comune servizi migliori, senza doppioni e pianificando insieme un futuro sostenibile.

Tutte queste opportunità, grazie a questa ottima legge, oggi scompaiono. Ovviamente la follia iconoclasta della Giunta si è almeno arrestata di fronte alla soppressione delle UTI in area montana, che sono state trasformate in Comunità di montagna e nell’area collinare, trasformata in Comunità collinare. Il nuovo ente introdotto però, la Comunità, non ha invece nulla del buono che avevano le UTI, ovvero un dettagliato percorso di messa a comune di servizi e funzioni, un ruolo nella concertazione multilivello, uno spirito di co-progettazione, ma ne mantiene la pesantezza burocratica, anzi la peggiora. La Comunità è un nuovo ente locale, che necessita di nuovi statuti e di una complessa fase di avvio, senza essere accompagnato da nessuna forma di incentivazione finanziaria. Ma in cosa dunque è meglio una Comunità di una banale convenzione tra Comuni? Una convenzione costerebbe di meno, sarebbe più agile da aggiustare e permetterebbe di andare subito al dunque della problematica contingente che si vuole risolvere. Valuteremo tra 3 anni quante Comunità saranno sorte!

L’impianto di questa Legge fa risalire la volontà di costituire un coordinamento sovracomunale di funzioni e servizi al mero opportunismo contingente, perdendo di vista il vero motivo di ragionare insieme che è il condividere progetti di sviluppo integrato e pianificazione di area vasta. La visione proposta è figlia di una concezione degli enti locali superata e sterile. Durante le audizioni abbiamo assistito ad un Sindaco che ha chiesto all’Assessore di non sopprimere le UTI che coinvolgevano i comuni capoluogo, come questa Legge poco avvedutamente propone all’art. 27. La sua proposta non è stata presa in considerazione perché, a detta dell’Assessore, gli attuali Sindaci dei Comuni capoluogo non sono interessati. Considerazione questa, troppo legata ad una contingenza e all’esperienza individuale di tali sindaci, quindi lontanissima dallo spirito che dovrebbe accompagnare un progetto di Legge che deve valere soprattutto per il futuro. L’Assessore che pur a parole si diceva aperto, è stato irremovibile, anzi ha incalzato e sfidato sarcasticamente il Sindaco a dire quale valore avesse quella UTI oltre al doversi occupare dell’edilizia scolastica.  E a fronte alla pronta e ferma risposta del Sindaco che ha ribadito il concetto fondamentale delle UTI ovvero quanto fosse prezioso l’ufficio di pianificazione sovracomunale, gli ha risposto che tanto quello sarebbe rimasto. Ma non gli ha detto che sarebbe andato in mano ad un non meglio disciplinato Ente di decentramento regionale (vedi artt. 28 e 29) e che quindi sarebbe stato tolto dalla disponibilità dei Sindaci.

Questa sedicente riforma si fonda sul desiderio di cancellare ogni traccia delle UTI, fino a sostituire l’aggettivo “montano” con il più rozzo “di montagna”. Fissazione iconoclasta e nominalistica dettata dalla tragica concezione che “legiferare significhi cancellare” invece di costruire su quanto hanno fatto coloro che sono venuti prima. Sistema questo, va detto, certamente ottimo a fini propagandistici e facilissimo da tradurre in annunci.

Ma questa sedicente riforma si fonda anche su una visione atomistica degli attuali Comuni, che proprio a causa di un’autonomia sfrenata oggi sono fragilissimi. Una legge di riordino regionale dovrebbe avere invece anche il coraggio di prendere posizione. La Regione non dovrebbe rinunciare a governare i processi, che altrimenti mette in pratica una forma di qualunquismo istituzionale.

Questa riforma a prima vista rispettosa delle volontà dei Comuni, fino a viziarli nei loro peggiori difetti, non attribuisce però alcuna flessibilità proprio là dove invece sarebbe stato opportuno concederla ovvero nella forma organizzativa e nello statuto di queste nuove strutture – ovvero tutto il TITOLO II. La Regione decide che alcune UTI devono trasformarsi, che altre vanno sciolte, che comunque tutte le Comunità devono avere strutture pesanti e complesse. Tutte devono costare e assegnare compensi: forse ci sono già in mente coloro che dovranno riceverli anche se non eletti?

Questo DDL dimostra poi che il legislatore non ha compreso la problematica dell’edilizia scolastica secondaria. Questa è già per buona parte pienamente nelle mani dei comuni. Soprattutto i Comuni capoluogo, sono da sempre stati coinvolti anche nell’edilizia scolastica secondaria. Introdurre 4, dico 4, nuovi Enti per giunta commissariali, per gestire questa problematica è sproporzionato.  Obbliga a ritornare indietro e costringe i comuni a fare nuovi difficili negoziati e convenzioni con questi nuovi enti. Crea inutili doppioni per una problematica davvero minore, senza peraltro riunire in un unico ente tutte le funzioni di gestione dell’edilizia scolastica secondaria, che oltre alla gestione degli edifici deve anche occuparsi del dimensionamento.

Questo DDL si basa ancora pesantemente sul pregiudizio che i Comuni capoluogo non traggano nessuno beneficio dall’avere un rapporto coordinato con i comuni contermini. Un’analisi più lucida dimostrerebbe invece proprio il contrario.

Ma l’aspetto più pericoloso di questo DDL è che non disegna un futuro dignitoso per i territori e per gli enti locali stessi che ne sono i soggetti esponenziali. Sembra quasi che il legislatore voglia, con un sorriso sulle labbra ma in verità dissimulando la sua pervicacia, costringere gli Enti locali ad una situazione di nanismo istituzionale. Ha forse in mente di rendere quindi inevitabile la reintroduzione di un organismo di controllo regionale sovracomunale più forte così da renderli di nuovo sudditi e vassalli come ai tempi del Patriarcato? Questa legge pone le basi per meccanismi che sono l’antitesi della multilevel governance che invece in tutta Europa sta irrobustendo il ruolo di Comuni e delle loro aggregazioni. La Legge 26 andava in quella direzione, questa riforma ci fa fare retromarcia verso i secoli bui.

In conclusione questo DDL è il DDL dell’UTO-MACHIA che ne relegherà i principi, ancorché certamente da correggere nelle modalità applicative, nella sfera dell’UTO-PIA. Questa legge per parafrasare Hobbes promuove infatti il vecchio principio del Comunitas Comunitate Lupus!

Puoi scaricare qui il testo Disegno di Legge aggiornato.

Riforma Fedriga “Enti locali”: Open Sinistra FVG vota contro in Commissione

Ieri Open Sinistra Fvg ha votato in Commissione contro la riforma Fedriga degli Enti locali: “Se le Unioni erano troppo innovative questa riforma ci riporta al medioevo, quando ci si stringeva intorno al castello” ha sintetizzato Furio Honsell.

“È scomparso infatti l’ente che solo poteva fare programmazione di area vasta. Adesso ogni Comune è da solo a fronteggiare le sfide. Non essendoci incentivi a realizzare Comunità, ogni Comune da solo dovrà fare convenzioni, tutto a scapito dei servizi e dei cittadini. Questa non è una riforma ma la chiusura di un’esperienza che andava certamente corretta ma non azzerata. È una chiusura che ci fa ripiombare nel passato remoto”.

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