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Un commento sulla legge appena approvata su gestione grandi derivazioni idroelettriche

“Importante risultato è stato ottenuto oggi in Consiglio Regionale: la legge sulle grandi derivazioni idroelettriche. È ispirata al principio della tutela del territorio e del rispetto delle Comunità che sono interessate dalle opere che diventano i beneficiari di tutti i canoni. Le perplessità che ci avevano portato ad astenerci in Commissione sono state superate anche per l’accoglimento diretto e indiretto di nostri emendamenti”: così si è espresso Furio Honsell, consigliere regionale di Open Sinistra FVG.
“Questa legge tutela la sicurezza dei lavoratori, la voce e la sensibilità di chi vive in montagna e permette su quei territori che fino ad oggi sono stati trascurati o sfruttati, buone prospettive di sviluppo sostenibile.”

Nuovo DDL sul lavoro: un mio breve commento

“Il Consiglio Regionale ha oggi approvato l’aggiornamento e la manutenzione della legge regionale sul lavoro 18/2005 che aveva ormai 15 anni. Come Open Sinistra FVG abbiamo votato a favore perché le norme introdotte erano opportune. A livello di principi, inoltre, sono anche stati accolti alcuni dei nostri emendamenti.” Queste le dichiarazioni del Consigliere Honsell “Rimane però la sensazione che sia stata persa un’occasione per mettere in atto azioni forti per affrontare quelle nuove problematiche del lavoro emerse soprattutto negli ultimi mesi a seguito dell’emergenza epidemiologica.”
“La prima riguarda i rischi del cosiddetto lavoro agile che spesso è solo lavoro a distanza e potrebbe innescare nuove forme di dumping salariale e sfruttamento dei lavoratori. Altro tema è quello dell’inclusione degli “inattivi”, che seppur sia stato recepito in firma generale, su nostro emendamento, è stato poi poco sviluppato. Infine – conclude Honsell – poco incisive sono sembrate le azioni a favore di quelle forme di precarietà che più hanno sofferto di recente, ovvero i lavoratori a chiamata e intermittenti.”

Relazione Honsell sul DDL 105 in materia di lavoro

Il lavoro è il punto archimedeo della nostra società civile, così come è stata anche informata dalla Costituzione proprio nel suo Primo Articolo.  Pertanto è di vitale importanza una legge che vada ad intervenire sul tema del lavoro. Proprio per questo, il DDL 105 avrebbe necessitato di un approfondimento in Commissione lungo e dettagliato, promosso in modo proattivo dall’Assessore, volto a cogliere spunti e a ridiscutere proposte. Purtroppo non è stato così. Il dibattito è stato veloce ed è avvenuto in uno dei tanti momenti di ingorgo legislativo e nel cuore di un dibattito sul Referendum Costituzionale.  Si sarebbe dovuto e potuto valorizzare molto di più il ruolo della Commissione nella fase istruttoria di elaborazione della legge. Ma in linea con l’atmosfera che ha determinato anche l’esito del recente referendum, che ha di fatto deprezzato il ruolo del Parlamento, i momenti di dibattito ormai vengono giudicati mere perdite di tempo. A mio avviso, ancora una volta si è perduta un’occasione di condivisione delle conoscenze e delle valutazioni, e questo porta a lavori d’aula condotti verso la contrapposizione invece che verso la collaborazione.

Una legge sul lavoro sarebbe cruciale già in tempi ordinari – ma lo è molto di più nei tempi straordinari nei quali stiamo vivendo quando si stanno sovrapponendo due rivoluzioni, due cambiamenti di paradigma nel lavoro: da un lato la globalizzazione, dall’altro la smaterializzazione dei luoghi di lavoro, delle sue modalità e degli stili di vita a seguito dell’emergenza epidemiologica.

Alla crisi economica derivante dalla globalizzazione e dagli opportunismi non arginati della delocalizzazione (si pensi alle crisi aziendali Safilo, DM Elektron, Sertubi, Eaton, … soltanto per citarne alcune, ben lontane dall’aver avuto un esito dignitoso per molti lavoratori) si sono aggiunte negli ultimi tempi quelle derivanti dalla rivoluzione generata dal Covid e quella del lavoro cosiddetto agile. Stiamo assistendo inoltre a dinamiche sociali di perdita progressiva da parte di tanti cittadini della capacità di elaborare un “progetto di vita” alternativo a quelli del secolo scorso. Dinamica che genera il preoccupante fenomeno della crescita del numero degli inattivi. Dato che è stato anche confermato alcuni mesi fa nell’imbarazzante DEFR, drammaticamente privo di tutta la parte programmatica, presentato dalla Giunta a luglio.

In questo contesto socio-economico difficilmente decifrabile e stabilizzabile una legge sul lavoro avrebbe pertanto dovuto essere un momento qualificante.

Così non è stato invece. E oggi siamo a discutere essenzialmente una legge di manutenzione. Tutti i sottotitoli degli articoli iniziano infatti con le parole: modifica o inserimento ovvero sostituzione di un articolo già esistente. Con ciò non voglio dire che moltissimi degli aggiornamenti proposti ad una legge di 15 anni fa non siano opportuni, pregevoli ed evidentemente funzionali alle esigenze della burocrazia amministrativa. Ma senza voler suscitare il risentimento dell’assessore che giustamente è orgogliosa del proprio lavoro e delle sue metafore sul “buio e la luce” non posso non rilevare che parole e concetti quali ad esempio: inattivi o lavoratori intermittenti della cultura, che sono indicatrici di fenomeni che abbiamo conosciuto recentemente come molto problematici e che vanno considerati, non mi sembra compaiano mai. E anche i concetti di lavoro agile e telelavoro, per non dire smart working, che sono la nuova frontiera della smaterializzazione del rapporto lavoratore-impresa e dunque quella dove è più a rischio la qualità del lavoro, sono articolate pochissimo nel DDL 105 e appaiono marginali. Troppo spesso sembra di essere davanti ad un articolato che più che governare l’esistente sembra quasi limitarsi a prenderne atto, rendendo quindi evidente l’inutilità di una azione politica che non ha ambizione di modificare lo stato delle cose.

Personalmente manifesto invece una certa preoccupazione per i lavoratori.

Anche l’introduzione del cosiddetto “principio di condizionalità” a cui sono subordinate le politiche attive e passive, nell’Art. 44, mi preoccupa. Oltre a non essere ben specificato, lasciando prefigurare situazioni di aut aut che potrebbero non tenere conto di alcune caratteristiche personali (ingenerando quindi nuovi inattivi), è rivolto esclusivamente contro i lavoratori. Non è applicato invece in modo simmetrico a imprese e datori di lavoro rispetto agli incentivi previsti da numerosi articoli. Nulla è subordinato ad accordi che non prevedano delocalizzazioni attraverso aziende del gruppo, o che prevedano tutele forti per i lavoratori.

A mio avviso è in atto un rischio concreto che possano nascere nuove modalità di sfruttamento dei lavoratori attraverso il lavoro agile, ovvero “da casa”, tutto a vantaggio dei datori di lavoro. Questi ultimi vedono diminuire i costi di produzione legati agli affitti e alla gestione dei luoghi di lavoro, agli orari, alle mense. Chi assicurerà che le postazioni di lavoro a casa siano rispettose di tutti i criteri di qualità che le norme sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro ci avevano assicurato. È vero che tante aziende sono state e sono tutt’ora in serie difficoltà a causa dei mutati stili di vita causati dall’emergenza epidemiologica, che purtroppo è ancora in corso, ma non si deve permettere che a pagare i conti per i minori utili siano le condizioni di lavoro dei lavoratori. È nostro dovere impedire che l’emergenza diventi un alibi per precarizzare e svilire ulteriormente il lavoro e i lavoratori.

La concertazione certamente va condotta coinvolgendo tutte le possibili organizzazioni dei lavoratori e tutti i sindacati. Ma un accordo aziendale senza la garanzia che sia conforme a contratti nazionali tutelati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative espone la Regione al rischio di finanziare modalità non sufficientemente certificate, che potrebbero nascondere forme di dumping salariale se non addirittura a nuove forme di delocalizzazione ancor più subdole.

Il mondo del lavoro è cambiato, e sottolineo “mondo” piuttosto che mercato del lavoro, perché se il lavoro si riducesse ad un mercato, ciò avrebbe conseguenze troppo pesanti anche sulla Costituzione. Non vorrei vivere infatti in una Repubblica fondata sul mercato, anche se spesso mi sembra già di farlo.

Insomma, potremmo dire che il mondo del lavoro è cambiato radicalmente ma non così la legge sul lavoro. Non me ne voglia assessore, ma non ci sfidi a proporle emendamenti radicali da presentare in 3 minuti in aula, volti ad arricchire la sua legge. Ci proveremo, ma non sarà possibile un’operazione radicale. Avremmo dovuto ragionare in modo più lento in commissione per ricomprendere le criticità che ho esposto fino a qui.

Come è accaduto in altre occasioni per molte altre leggi, penso alla sanità, anche questa legge è una legge che rimanda nelle sue concrete applicazioni a regolamenti. Per esempio agli Artt. 23, 33, 42, 45. Ci si riferisce a “regolamenti” spesso al plurale o a linee guida o a indicatori (come ad esempio all’Art. 30), non si specificano le griglie all’interno delle quali esplicitare quel principio di condizionalità fra politiche attive e politiche passive nell’Art. 44 (e ci sarebbe da discutere anche sul fra, perché non credo che sottintenda l’alternativa tra le due). Immagino che i regolamenti saranno tutti sottoposti al vaglio del Consiglio o alla Commissione regionale per il lavoro di cui all’Art. 5, ma non è proprio così esplicito, e si rischia così di lasciare tutta la forza di questa legge in mano alla burocrazia organizzativa.

La legge contiene numerosissimi ritocchi lessicali e linguistici, tipici delle leggi di manutenzione. Alcune scelte appaiono in verità un po’ curiose come l’emendamento che trasforma situazioni in ipotesi, vocabolo che nell’uso non può non suscitare nella formulazione dell’articolo una connotazione di discutibile discrezionalità.

Come ho già detto la legge contiene certamente moltissime migliorie pregevoli rispetto al testo precedente, che comunque rimane ancora valido. Mi riferisco qui alle norme sulla responsabilità sociale di impresa, ai ritocchi che permettono inserimenti lavorativi di giovani anche in formazione e le lavoratrici. Vi è indubbiamente attenzione alle tipologie di lavoratori più fragili. Apprezzo, anche se forse è ancora tutto da definire, l’Art. 6 sulla concertazione sociale e plaudo all’Art. 22 nel comma relativo al passaggio generazionale delle competenze la cui mancanza sta penalizzando pesantemente soprattutto la PA.

Passo infine ad elencare alcuni temi e aspetti più o meno specifici che dovrebbero essere presi in considerazione più approfonditamente e sui quali intenderemo proporre degli emendamenti.

  • Non si fa alcun cenno nell’innovazione organizzativa a incentivi per il software libero. Anche se in base al DL. 179/2016 di modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale vanno fatte analisi comparative, il software libero è utilizzato pochissimo. Usare software proprietario espone a seri rischi di sicurezza utenti e aziende e mantiene il nostro paese in una condizione di colonialismo digitale che tarpa le ali ai nostri giovani e alle nostre imprese. Molto importanti potrebbero essere i nuovi sbocchi occupazionali qualora la regione imponesse o incentivasse in modo premiale l’uso di software libero nell’innovazione organizzativa prevista all’Art. 35 e seguenti.
  • Come ho già detto il cosiddetto lavoro agile è trattato solamente superficialmente. Ci preoccupa l’Art. 35 in quanto non è chiaro a favore di chi sia il benessere organizzativo né esattamente quale fine abbia l’innovazione organizzativa, che la Regione intende sostenere. Ci si ricordi ad esempio, che l’INAIL non ha ancora elaborato protocolli per tutte le forma di lavoro agile.
  • Ancora una volta la Regione discrimina tra i lavoratori, in base agli anni di residenza, senza tenere conto di chi, pur non essendo residente è stato comunque occupato in regione e per fortuna le altre regioni non legiferano secondo i principi della nostra, altrimenti sarebbero i nostri lavoratori impiegati in contesti extraregionali a rimetterci. Questa logica si collega all’assenza di qualsiasi azione proattiva verso una politica del lavoro che richiami in regione nuovi lavoratori. L’intera legge è per così dire di tipo autarchico. In questa direzione va anche l’eliminazione del comma i) nell’Art. 21 della L.R. 18.
  • Questa considerazione ci porta ad affrontare le tematiche europee. È vero che il DDL 105 parla di lavoro transfrontaliero, e di internazionalizzazione del lavoro, nonché del raccordo con EURES (Artt. 14 e 41) dai sistemi informativi ai servizi per l’impiego, ma manca un nesso forte con qualsiasi strategia europea di ampio respiro. L’Europa compare soprattutto come erogatore di fondi non come punto di riferimento strategico. La nostra regione può crescere solamente aprendosi all’Europa.
  • Infine gli incentivi di cui agli articoli 17, 18, 21, 43, ad esempio, dovrebbero offrire maggiori garanzie nel sostenere azioni collaudate e discusse con le organizzazioni sindacali più rappresentative evitando sperimentalismi.
  • Non si fa alcun cenno ai gravi temi di sostenibilità ambientale che si sarebbero potuti collegare secondo il principio della condizionalità agli articoli sugli incentivi
  • Scarsamente approfondito appare il raccordo con il mondo della scuola, università, ricerca e formazione. Interessante l’art. 36 ma modesto nella portata.

In conclusione questa Legge presenta molti aspetti pregevoli ma sembra poco consapevole dei rischi e degli effetti rimbalzo negativi che sono particolarmente frequenti nei momenti rivoluzionari, nei quali cambiano i paradigmi.

Pertanto manterremmo un voto non favorevole qualora non vengano accolti gli emendamenti che proporremo. Rimangono infatti ancora inevase quelle domande che negli ultimi anni e soprattutto nell’ultimi mesi ci siamo posti: come tutelare i lavoratori nel cosiddetto “lavoro agile” fino a quando non si fa chiarezza su chi sia avvantaggiato da tale agilità? Chi cercherà di reinserire gli inattivi e come? Come si promuoverà la cultura di cui abbiamo tanto bisogno se non si tutelano i lavoratori intermittenti? Come rendere attrattiva la nostra regione per i lavoratori?

Testo DDL 105 fuoriuscito dalla Commissione

Il FVG: una Regione facilitatrice per la ripresa

In questi giorni sui social veniamo bersagliati da documenti da parte di forze populiste e nazionaliste che strumentalizzano la crisi medico-socio-economica dell’emergenza epidemiologica. Molti hanno un fortissimo carattere anti-governativo o anti-europeo. Quotidianamente ascoltiamo infatti dichiarazioni pubbliche di assessori regionali che danno la colpa al commissariamento statale per la scarsità di DPI, o di esponenti politici nazionali che addossano la responsabilità della difficile gestione economica della crisi all’Europa e snocciolano acronimi come fossero l’abracadabra delle fiabe, che secondo loro non vengono posti in atto, ma sarebbero invece salvi(ni)fici. Sembra infatti di essere sempre in campagna elettorale.

Per fortuna da tutta Europa giungono anche appelli importanti dal mondo politico, economico culturale e scientifico, che indicano come l’unica speranza per il mondo dopo il Coronavirus sia un’Europa coesa. Come abbiamo già sostenuto un anno fa in occasione della campagna per le elezioni europee, là dove l’Europa riesce ad essere unita si risolvono i problemi globali. Mentre là dove non c’è ancora riuscita sorgono le difficoltà. È paradossale, anzi errato quindi, concludere che ci vuole meno Europa, bensì il suo opposto.

Il senso di solidarietà europea è l’unico valore sul quale costruire il futuro. L’Europa così può svolgere una funzione anche per chi europeo non è.

Allo stesso modo la Regione FVG dovrebbe candidarsi, in virtù della sua autonomia, non a inasprire i provvedimenti “iorestoacasa” varati dal Governo ma ad essere regione pilota della ripresa. Abbiamo molti ricercatori in questa regione ad alto contenuto di conoscenza che propongono graduali riprese in sicurezza. Il Presidente Fedriga farebbe bene a guidare tale ripresa sperimentando le soluzioni da loro proposte per riavviare le attività economiche, uscendo dalla logica del mero marketing politico e mettendosi con umiltà a disposizione del mondo scientifico ed economico agendo da “facilitatore” della ripresa, non da sasso sul percorso.

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