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“Ribellione” sindaci al “Decreto insicurezza”: qualche riflessione

La “ribellione” di Sindaci al “decreto insicurezza” di Salvini conferma come l’approccio esclusivamente ideologico con il quale il governo nazionale (e anche quello regionale) affrontano il tema dell’immigrazione sia sbagliato non solo sul piano etico, ma anche su quello pratico. Decidere senza un dibattito, senza coinvolgere gli operatori sul territorio, preoccupandosi più del marketing elettorale che delle conseguenze delle proprie scelte è altamente nocivo e questo emerge giorno dopo giorno. Basti pensare al tema della residenza, necessaria soprattutto per quella “sicurezza” costantemente rivendicata, dato che significa essenzialmente sapere “chi vive dove e facendo cosa”: gettare la gente nell’ombra, rendere irregolari i regolari è solo un enorme favore al mondo perverso del caporalato e della malavita, cosa della quale molti sindaci sono ben consapevoli e preoccupati.
E’ per questa ragione che mi auguro che la Corte Costituzionale si pronunci quanto prima sugli aspetti più controversi del decreto, non solo nell’interesse del decoro giuridico del Paese ma anche dell’ordinato governo delle nostre città e dei nostri territori.

La mia relazione su Ddl 32 – riforma Enti locali

Con l’approvazione di questa Legge assisteremo impotenti ad un’altra demolizione. Non certamente alle premesse di una riforma e nemmeno, come viene millantato,ad una modifica della legislazione pre-esistente, bensì ad un ulteriore passaggio di quella ineffabile opera di sfascio da parte dell’attuale Giunta,delle parti più innovative dell’impianto legislativo di questa Regione, senza che siano state pienamente comprese. A nostro avviso, come OPEN-Sinistra FVG, l’attuale Maggioranza è posseduta da un’ossessione iconoclasta, dall’imperativo di esorcizzare quanto è stato fatto da chi li ha preceduti, dal bisogno quasi fisico che le Unioni Territoriali Intercomunali si decompongano, e se mi si concede un termine un po’ forte, direi “che le UTI marciscano”! Si badi bene non viene proposta un’alternativa all’organizzazione sovracomunale, né si cancella la Legge così odiata, ma le si crea un contesto nel quale possa incancrenirsi.

Questo modo di operare ricalca la strategia del famigerato Decreto Sicurezza, recentemente approvato dal Governo, seppure su un tema molto più drammatico. Come quella legge cancella la parte più efficace dell’accoglienza, ovvero l’accoglienza diffusa, ma ne lascia la parte potenzialmente più problematica ovvero l’accoglienza concentrazionaria, al fine di esasperarne le conseguenze e poter continuare a capitalizzare sulla paura; così questa Legge toglie alle UTI il ruolo strategico di interlocutore nell’intesa con la Regione, ovvero di filtro dei campanilismi; concede ai Comuni la possibilità di sfilarsi, anzi li incentiva a farlo, premiando coloro che non ne hanno fatto parte, come abbiamo visto nei riparti approvati dalla Legge di Stabilità, ma mantiene, per così dire in rianimazione le UTI, confermandole nella responsabilità di funzioni molto delicate e importanti quali l’edilizia scolastica, che la Giunta non ha saputo gestire altrimenti, senza però assegnare loro il personale per svolgere tali funzioni con le forze a loro dedicate quando esistevano le Province. L’effetto, direi lo scopo, sarà dunque quello di trovare, a spese dei nostri studenti, ancora nuove colpe e fallimenti delle UTI, così da continuare a demonizzare con motivazione fresche l’innovazione legislativa della Giunta precedente. La cifra della politica di questa Maggioranza, come del resto della sua omologa a livello nazionale, si concreta infatti nell’individuazione di capri espiatori per i problemi che non si riescono a risolvere: alcuni, tragicamente, in carne ed ossa come i migranti, altri virtuali come le aziende sanitarie che già stavano funzionando e, con questa Legge, le UTI.

Che le UTI necessitassero di manutenzione come tutte le innovazioni coraggiose ma indispensabili, era questione evidente, ma ciò andava fatto solamente dopo adeguata sperimentazione. Tutte le innovazioni ed in particolare quelle relative alla governance sono tanto problematiche quanto urgenti. E saggezza istituzionale imporrebbe sia il rispetto per coloro che hanno ricoperto il nostro ruolo nel mandato precedente,sia ad una certa continuità. Qui assistiamo invece alla peggiore maleducazione legislativa. Sembra che la Giunta non si renda conto che lo sgretolamento delle UTI, condannando la Regione al ritorno alla governance polverizzata dei Comuni, è dannosa per tutti. Non darà risposte al bisogno di riforma degli Enti Locali che da decenni viene richiesta a gran voce nella nostra Regione senza distinzione di partito, e che è stata realizzata in quasi tutti i paesi europei avanzata. Ritarderà l’improcrastinabile programmazione multilivello e intercomunale. Quante devastazioni ambientali, quanto consumo di suolo, quanta progettazione conflittuale di aree artigianali realizzate a fianco di aree residenziali, quante duplicazioni, quale ipertrofia degli spazi commerciali ambientalmente insostenibili, sono state provocate dall’assenza di programmazione sia economica che urbanistica intercomunale? Senza un ragionamento integrato di area vasta, ma non di area vasta come quella provinciale, misure quali quelle sulla mobilità sostenibile, sul rumore, sulla qualità dell’aria non possono essere nemmeno inquadrate, figuriamoci se possono essere governate! L’assenza di qualsiasi progettazione sovracomunale nella pianificazione territoriale è dannosa anche per le attività produttive e costringe qualsiasi intrapresa economica a navigare tra una pluralità di idiosincrasie peculiari ai diversi enti locali. Da oltre un decennio, con il nome di multilevel governance, la programmazione intercomunale con il livello superiore viene discussa esperimentata in Europa, la nostra Regione con le Leggi n. 26/2014 e n. 18/2015 lo stava imparando a fare. Oggi quel processo virtuoso, seppure difficile, è gettato via!

Questa Legge prevede sì una “concertazione” (da notarsi che nemmeno dal punto di vista lessicale questa Giunta ha voluto mantenere quanto la Legge precedente chiamava“intesa”), ma perpetuando l’handicap che ha gravemente penalizzato nella Storia questa Regione: la frammentazione ovvero i campanili. Questi sono stati e continueranno ad essere le “palle al piede” dello sviluppo, obbligando il Friuli Venezia Giulia a rinunciare a priori al ruolo nazionale ed europeo che per struttura e dimensioni potrebbe giocare come regione pilota, come laboratorio o regione modello di innovazione ambientale, sociale e gestionale.  Quindi indietro tutta! Ma quale intesa sensata ci può essere quando si interroga il territorio con dei tête-à-tête fatti con i gelosi custodi dei campanili? Solamente la miopia.

Gli sgraziati vagiti che abbiamo sentito nella Legge di Stabilità circa un possibile, quanto costosissimo, ente intermedio, che sembrerebbe,contrariamente a quella che è l’opinione dell’Anci, addirittura di primo livello, è preoccupante perché sembra più fatto in ossequio ad una bandiera elettorale che a una lucidità programmatica. La confusione di idee si evidenzia anche dal fatto che sono stati istituite le poste finanziarie prima che ci siano discussi i progetti di fattibilità.

Questa legge indebolirà la nostra Regione certamente sul piano del prestigio, ma soprattutto sul piano programmatico.

Forse gli Enti Locali potranno essere anche stati abilmente illusi, perché le risorse sembrano essere piovute di più su quegli amministratori che non avevano l’igrometro ben tarato. Ma la soddisfazione sarà di breve durata. La capacità di spesa degli Enti Locali è diminuita drammaticamente a causa della carenza di personale anche perché ad essi vengono attribuiti in ogni occasione altri compiti dalla Regione, e certamente, questo volume di finanziamento non si vede come potrà essere mantenuto negli anni. Sarebbe importante valutare quante di queste risorse saranno effettivamente spese tra un anno. Piuttosto che abolire l’obbligo di strutturare la pianificazione territoriale attraverso le UTI, altre avrebbero dovute essere le riforme di sistema.

Manca completamente a questa legge qualunque tentativo di affrontare la vera crisi degli Enti Locali, che è stata la principale difficoltà per le UTI, ovvero la mancanza di personale!

Nel Capo II del Ddl 32 con uno sforzo di autentica archeologia legislativa si cerca di raccordare il meccanismo della concertazione. Ne valeva la pena, se si intende cambiare ancora tutto, di nuovo, tra un anno?

Passando al Capo III del Ddl 32 assistiamo alla conseguente retrodatazione dei meccanismi di gestione degli ambiti socio assistenziali al periodo pre-UTI. Notiamo qui, con grande sconcerto, che mettendo mano ad un tema così importante per la qualità della vita e il benessere dei nostri cittadini, ovvero l’ambito socio – assistenziale, non si è nemmeno accennato ai suoi compiti, ma solamente ai suoi aspetti organizzativi.Mi sarei aspettato degli articoli, ponderati sulla base dell’esperienza, che affrontassero le criticità dei Piani di Zona. Ma evidentemente a questa Giunta interessano solo gli aspetti burocratici. Però anche ciò è stato fatto male. Nell’introduzione dell’Assemblea dei Sindaci si rischia di azzerare i regolamenti di funzionamento che vigevano in passato, senza chiarire i meccanismi di governance di aspetti così cruciali, se non lasciandoli alla decisione di una maggioranza semplice. Si rischia di discriminare tra cittadini di seconda categoria e cittadini di prima categoria appartenenti ai comuni che hanno realizzato una maggioranza vincente. Se la logica è quella dell’interesse del proprio perimetro ristretto,gli esiti delle votazioni che porteranno ai nuovi regolamenti possono essere devastanti. Se non verrà accolto almeno l’emendamento che proporremo su questo punto sono seriamente preoccupato del funzionamento dei servizi sociali proprio nella aree più urbanizzate, che storicamente sono quelle che presentano le maggiori criticità dal punto di vista socio-economico

Procederò adesso a offrire alcune osservazioni sull’articolato.

Comma 1 dell’articolo 6 della Legge n.26/2014, così come modificato dal DDL 32.Il fatto stesso che si debba comunque ricorrere ad una norma statale, perché gestioni associate ed integrate sono comunque indispensabili per la funzionalità dei piccoli comuni, sta ad indicare che questa Legge di deregulation, alla fine abdica qualsiasi sua autonomia legislativa della Regione FVG. “Decidano gli altri” è il messaggio.

Comma 4 del succitato articolo. Operazioni dannose come l’Udinexit o le Utexit andrebbero intraprese solamente a seguito di un referendum consultivo con i cittadini. Questa maggioranza ha ribadito che perseguirà la partecipazione e la consultazione. Forse è il caso di non prendere decisioni verticistiche in chiave demolitiva senza andare ad ascoltare l’opinione dei cittadini. Verrà creato certamente uno stress normativo ai dipendenti e agli abitanti della Regione. Si verifichi se davvero vogliano tornare indietro per poi saltare ancora nel buio verso un altro sistema come quello per il quale sono state messe le poste finanziarie nella Legge di Stabilità. 

Articolo 2 del Ddl 32. Se vengono mantenute le Unioni Territoriali Intercomunali per la gestione dell’edilizia scolastica, allora il personale che prima lavorava presso la Provincia va comandato presso tali UTI. Mantenendo scollato il dimensionamento scolastico con l’edilizia si provocheranno inoltre ulteriori problemi al nostro eccellente sistema scolastico e di conseguenza ai nostri giovani.

Nell’articolo 9 del Ddl 32 che conferma e disciplina l’importante principio della concertazione,o equivalentemente dell’intesa, si ritiene opportuno ribadire che l’interlocuzione vada filtrata attraverso un coordinamento sovracomunale. Altrimenti la sua azione rischia di essere totalmente inefficace, se non addirittura contraddittoria. Non di interlocuzione bilaterale tra assessori e rappresentanti di enti locali c’è bisogno ma di programmazione integrata! È paradossale al riguardo che la finanziaria della scorsa settimana abbia dovuto aspettare gli emendamenti relativi alla concertazione fino all’extremis.

L’articolo 12 del Ddl 32 sulle norme transitorie non conferma tutti i progetti che erano stati definiti dalle precedenti intese. Vedo questo come un grave danno al principio della continuità amministrativa che comprometterà quanto di buono era stato fatto.

Gli articoli del Capo III del Ddl 32 costituiscono essenzialmente un ritorno alla situazione formalmente pre-UTI, che però era quella che sostanzialmente era anche in vigore nel periodo di funzionamento delle UTI. Inoltre, è curioso che all’Assemblea dei Sindaci del Servizio sociale dei Comuni venga dapprima attribuito il compito di promuovere l’istituzione di una Convenzione che disciplina il Servizio Sociale dei Comuni ed in un articolo successivo venga istituita l’Assemblea stessa. Forse questa è la prova che tali organismi esistevano già prima come entità. Come già indicato, vi sono seri rischi sul meccanismo di funzionamento di questa Assemblea. Invito pertanto la Giunta regionale a considerare le proposte che delineerò negli emendamenti.

In conclusione, senza tema di sembrare troppo severo, la mia valutazione su questa Legge è quella che è notevole solamente nell’essere capace di riassumere tutte le peggiori caratteristiche di una norma per la nostra Regione:

1) poco rispetto legislativo per quanto èstato lasciato in eredità da chi era venuto prima;
2) eliminazione di un progetto di sistema senza proporne un altro, obbligando aritornare al passato nell’attesa di una nuova riforma; e soprattutto
3) promozione del famigerato divide etimpera, nell’era della complessità.

SCARICA QUI IL DDL 32 

Breve nota a commento della giornata di ieri in Consiglio regionale FVG

Sono intervenuto in aula come relatore di minoranza per portare all’attenzione del Consiglio Regionale il punto di vista di Open Sinistra Fvg in merito alla “manovra” finanziaria regionale 2019.
E’ stato difficile trovare modo di proporre ragionamenti all’altezza del momento partendo da un documento di oltre 250 pagine nella quale non si trova nessuna idea nuova, nessun tentativo di analisi approfondita della realtà regionale, nessuna proposta in linea con i problemi. La maggioranza ha detto che questa manovra ha un cuore: sarebbe stato meglio avesse avuto un po’ più di cervello.
Dalla manovra mancano progetti capaci di porre l’ente Regione al centro del dibattito politico e civile in tema di innovazione, cultura e istruzione, contrasto al degrado ambientale e ai mutamenti climatici, così come mancano iniziative chiare su temi che avrebbero dovuto essere la cifra distintiva di questa maggioranza, quali il sostegno all’economia e in particolare al sistema delle imprese, oltre che una scarsa visione sul mondo del lavoro. Insomma, nessuna attenzione alla qualità della vita e al progresso del nostro territorio.
Deludente anche la parte sulla Sanità e sugli Enti Locali, così presente in molta della propaganda della destra durante la scorsa campagna elettorale regionale: il tema della Salute è in continuità con il passato: avremmo desiderato più attenzione sulla medicina di iniziativa e sul raccordo della medicina di base, nonché sul benessere mentale e relazionale dei cittadini e sul contrasto alla solitudine. e sul raccordo della medicina di base, oltreché più chiarezza sull’assetto organizzativo e gestionale del sistema. Medesima obiezione può essere mossa alla parte sulle Autonomie Locali, sulle quali non c’è nulla tranne la volontà di demolire l’architettura esistente.
Eppure per dei mesi prima del voto la Regione era stata descritta come in declino, a pezzi, da riformare da cima a fondo, ma di tutta questa ansia di cambiamento non vi è alcuna eco nel testo e nello spirito della manovra, quasi tutto è all’insegna della continuità, tranne la costante delle politiche di discriminazione verso ogni forma di diversità e bisogno, autentica ossessione regionale e nazionale, unico vero contributo “innovativo” di una maggioranza che ha una visione della politica e della società ferma al bianco e nero degli anni ’50.
Per citare Rossini intento a recensire una sinfonia di un autore emergente: “c’è del nuovo e c’è del bello, ma il bello non è nuovo e il nuovo non è bello”.

Legge di stabilità 2019: la mia relazione

Se ci fossero ancora dubbi che la Giunta e la maggioranza attualmente al governo della regione Friuli Venezia Giulia non abbiano né una visione, né strategie innovative al di là di sterili slogan elettorali che capitalizzano sulla paura rasentando la pubblicità ingannevole (come è avvenuto in materia di Sanità), o di brutali testimonianze di rancore ideologico (come l’uscita dalla Rete Re.a.dy, l’azzeramento dei progetti per l’inclusione diffusa, o l’incremento di 3 anni per godere dei diritti di cittadinanza), questi Disegni di Legge li fugano completamente.

Noi di Open Sinistra Fvg ci chiediamo preoccupati se questa Giunta riuscirà a mantenere nella nostra Regione l’alto livello di qualità della vita che le ha lasciato in eredità la Giunta precedente, e se saprà, pur essendo così sprovvista di coraggio e lucidità, riconoscere e governare le problematiche che dovrà fronteggiare nei prossimi 3 anni.

Se la Regione Friuli Venezia Giulia poteva giocare un ruolo a livello nazionale ed europeo, era proprio quello di laboratorio, di modello di buone pratiche innovative sul fronte del benessere e della qualità della vita, della sostenibilità ambientale, dell’innovazione tecnologica e della governance multilivello integrata. Invece, nulla di quello che ci presentano queste leggi va in queste direzioni. Assistiamo anzi all’erosione, se non addirittura alla cancellazione, di quanto è stato fatto negli anni precedenti. Vi è una riduzione dell’impegno finanziario su settori strategici quali lo sviluppo economico, la politica abitativa, le politiche del lavoro, la promozione dell’inclusione e della solidarietà. Assistiamo ad una corruzione dei valori di coesione sociale e di universalità dei servizi, che inevitabilmente si rifletterà in una crescita delle disparità in Regione e dunque sulla salute, benessere e qualità sin qui goduti nella nostra società. Questa Giunta sarà dunque ricordata per aver di fatto trasformato la “paura del declino” in “declino autentico”. Le cosiddette riforme degli Enti Locali e della Sanità sin qui delineate, rischiano di far fare un salto nel buio alle nostre amministrazioni, azzerando senza sostituire nulla a quegli enti e organismi che, seppure bisognosi di manutenzione, con coraggio la Giunta precedente aveva avviato.

Per alcuni aspetti queste Leggi hanno anche elementi condivisibili, essenzialmente sono quelli che consistono nel proseguimento delle iniziative avviate in passato ovvero nella misura nelle quali sono “leggi di ordinaria amministrazione”.

Ma la nostra “grande epoca”, come beffardamente Karl Kraus chiamava la sua già un secolo fa, necessiterebbe di ben altro!

Sui temi decisivi dello sviluppo sostenibile rispetto ai 17 obiettivi delle Nazioni Unite o a quelli dell’UE per il 2030 non c’è nulla. Niente bilancio energetico, nessun piano per le energie alternative, nulla per la riduzione delle emissioni di gas serra derivanti da combustibili fossili, nulla sulla tutela dell’aria e dell’acqua. Niente sul contrasto proattivo ai mutamenti climatici, nulla volto alla loro mitigazione e all’adattamento e resilienza della popolazione.

Con questa Legge di Stabilità la nostra Regione si incaglia, ferma le lancette dell’orologio della Storia, anzi si illude di riportarle indietro. Trova ispirazione guardando nella direzione opposta a quella nella quale si muove il pianeta. Con questa Legge di Stabilità la nostra Regione dichiara di rinunciare a qualunque ambizione. La Storia la faranno gli altri, noi la subiremo, condannati ad essere di nuovo dei senzastoria, come li ha definiti Tito Maniacco. Direi “peccato”, se non fosse che non abbiamo il diritto di penalizzare le future generazioni, ma il dovere, invece, di guardare sempre in alto, per loro!

Con spirito di servizio procederò quindi ad una critica costruttiva di alcuni passaggi di queste leggi offrendo contributi che sono stati concretati in emendamenti e ordini del giorno, sperando di non essere solo una inascoltata vox clamantis in deserto.

Le prime considerazioni sono di natura strutturale.

L’articolato di queste leggi ha essenzialmente la tessitura dell’intarsio normativo, fatto di articoli che vanno a modificare o sostituire spezzoni di frasi in norme preesistenti, oppure numeri in tabelle, obbligando chiunque le legga ad una scalata lungo catene di rimandi. Sono leggi esemplari per la loro opacità referenziale. A quando una riforma verso la trasparenza?

Il DDL 33, che dovrebbe presentare norme intersettoriali, è invece fortemente gravato da una visione a “canne d’organo” dell’amministrazione. Per esempio non c’è concertazione e integrazione tra Ambiente e Salute, tra Energia e Attività Produttive, tra Attività Produttive e Lavoro, ecc.

Passerò adesso in rassegna l’articolato in parallelo sui DDL 34 e 33.

Gli articoli 2 (DDL 34) e 1 (DDL 33), sulle attività produttive, non offrono misure nuove ed efficaci volte alla promozione dell’innovazione o a settori emergenti ad alto contenuto di conoscenza Sono decisamente sottofinanziati rispetto al passato, in particolare per quanto concerne il turismo, ancorché nel DEFR 2019 questo sia ben sviluppato. Non vi è nulla sulla cosiddetta “silver economy”, ovvero le attività economiche “per e degli anziani” che pure, visto l’andamento demografico della nostra regione, le renderebbe urgenti.

L’articolo 3 (DDL 34) sulle risorse agroalimentari, forestali e ittiche offrono un quadro molto puntuale. Ma sono di tipo palliativo e cercano di eliminare le cause profonde delle problematiche che vorrebbero governare, quali la riconversione delle aree abbandonate e la ricomposizione fondiaria.

L’articolo 4 (DDL 34) che riguardano l’ambiente e l’energia è totalmente insufficiente a promuovere una cultura, stili di vita e di attività economica sostenibili, volti all’efficientamento energetico e alla riduzione delle emissioni di gas serra derivanti dall’uso di fonti energetiche da combustibili fossili. È gravissimo che non vi siano contributi per il 2019 che promuovano presso gli enti locali la stesura di Piani Attuativi per l’Energia Alternativa e i Clima (PAESC), in linea con il Global Covenant of Mayors for Energy and Climate Change. L’urgentissimo tema dei cambiamenti climatici indotti dalle emissioni di gas serra derivanti dall’uso di combustibili fossili è ignorato. Mancano iniziative significative volte alle riduzioni delle emissioni di CO2 e altri gas serra, alla stesura di un indispensabile bilancio energetico, alla promozione di impianti di cogenerazione e di fonti energetiche alternative, e si rimanda ancora l’eliminazione dei dannosissimi BTZ. Compaiono invece i preoccupanti commi dell’Art.3 (DDL 33), che ripristinano gli onerosi contributi regionali per il sostegno all’acquisto di carburante anche ai veicoli che era previsto ne fossero esclusi, perché troppo inquinanti. L’intera operazione della benzina agevolata andrebbe infatti eliminata a favore di altre iniziative di mobilità sostenibile come la conversione della rete di distributori verso altri tipi di carburanti o il car-pooling e il car-sharing.

L’articolo 6 (DDL 34) (Trasporti e diritto alla mobilità) non affronta in modo organico il tema del completamento e della manutenzione della rete per la mobilità ciclabile nella nostra Regione, né tantomeno avvia programmi di progettazione di metropolitane leggere per ridurre il traffico di pendolari, urbani e interurbani, e la riduzione del traffico parassita o passivo. Si limita invece a interventi di ordinaria amministrazione o di nicchia come quello dei servizi ferroviari con materiale storico (anche se di questo passo presto non sarà più di nicchia). Clamorosi sono poi i Commi 10 e 11 dell’Art.6 (DDL 34) che prevedono ingenti investimenti volti ad abbattere i costi sostenuti dalle famiglie per il trasporto dei figli alle sedi scolastiche e universitarie. Non solamente questa misura va a discriminare in modo iniquo tra giovani che risiedono da più di 5 anni nella nostra regione e quelli che non vi risiedono da così lungo tempo, che non ne avrebbero diritto. Ma questa norma non pone criteri di reddito per accedere alla misura. Inoltre non è coordinata con nessuna misura di dimensionamento scolastico, rischiando di desertificare le scuole decentrate nei poli diversi dai capoluoghi. In ultimo va a confliggere con la politica di attrazione che le Università della Regione hanno sempre condotto verso popolazioni studentesche extra-regionali, quali quelle del Veneto Orientale e del Cadore, e con le esigenze di coloro che sono obbligati a trasferirsi in Regione a seguito di concorsi di ammissione nazionali (vedi medicina e lauree sanitarie).

L’articolo 7 (DDL 33) (Salute, politiche sociali e disabilità) presenta l’agghiacciante Comma 8, che se da un lato mantiene in modo transitorio il reddito di cittadinanza, dall’altro lo marca con la cifra del rancore ideologico ponendo un tetto all’importo economico. Nella sostanza, comporterà la decurtazione di meno di un centinaio di euro mensili, e solamente in pochissimi casi, ma un tanto basta a segnare che la difficoltà economica è una colpa se non addirittura un vizio, per questa maggioranza. È una norma affine a quella dei 5 anni di residenza, non importa se creerà problemi ad alcune famiglie e quindi agli enti locali, l’importante è che chi è povero non si senta mai ben accetto nella Regione governata da questa coalizione.

Il corrispondente articolo 9 del DDL 34 ci consegna un Sistema Ospedaliero finanziato almeno come in passato, ma manca qualsiasi misura volta a promuovere l’integrazione dei soggetti coinvolti nel raccordo ospedale-territorio ovvero medici e pediatri di base, medici ospedalieri, medici del distretto, farmacisti, operatori sociali. Mancano anche misure specifiche di “medicina di iniziativa”.

All’articolo 7 (DDL 34) (Beni e attività culturali, sport e tempo libero) non c’è nessun progetto di promozione dello sport di cittadinanza, inteso come attività sportiva di partecipazione invece che di competizione. Sarebbe importante diffondere a livello regionale progetti quali “Far Sport oltre la crisi” realizzato dal Comune di Udine negli ultimi 4 anni e volto a sostenere le spese per l’attività sportiva dei ragazzi appartenenti alle famiglie meno abbienti. È un progetto necessario perché le spese per l’attività sportiva sono tra le prime a venir tagliate nei periodi di recessione. L’attività ludico-sportiva deve essere vista invece come un diritto per tutti perché è alla base di ogni strategia di prevenzione. Sembra infine ingiustificata l’eliminazione della candidatura della Città di Grado quale Sito Unesco.

L’articolo 8 (DDL 34) relativo a lavoro, formazione, politiche giovanili e famiglia è ambivalente.  Da un lato sembra fornire risposte, ad esempio alla carenza di personale della scuola, soprattutto degli insegnanti di sostegno, ma dall’altro non offre certezze quanto alla quantificazione dei nuovi organici. Modesti sono gli interventi di politiche attive del lavoro previsti dall’articolo 6 (DDL 33) e manca l’introduzione di nuovi strumenti per contrastare in modo efficace i gravi fenomeni degli inattivi, degli scoraggiati nella ricerca di un impiego e dei Neet. Ridotte appaiono le risorse per l’inclusione degli espulsi dal mondo del lavoro. Nell’articolo 8, comma 38 (DDL 34) in netta contrapposizione ai reali bisogni di inclusione e delle politiche di contrasto alla discriminazione la Giunta prevede un investimento per “promuovere il valore della diversità tra uomo e donna quale elemento essenziale per lo sviluppo e la coesione sociale”. Ma cosa significa? Non vi è alcuna garanzia che questa misura non vada invece proprio a irrobustire pregiudizi di genere e in ultima analisi giochi contro le pari opportunità che tendono invece a promuovere l’“uguaglianza” tra i generi. Preoccupa anche il Comma 40 che modifica radicalmente la gestione del progetto Docuscuele, senza peraltro coinvolgere l’Università che è deputata primariamente alla formazione degli insegnanti.

Lo sterminato articolo 10 (DDL 34) registra una meticolosa ricerca volta a ripristinare con cura filologica, quasi maniacale, i meccanismi di finanziamento agli enti locali risalenti al periodo pre-UTI, che tanti problemi di frammentazione, duplicazione e rallentamento nello sviluppo avevano creato proprio a causa della mancanza di un assetto istituzionale che permettesse di realizzare azioni integrate. Si conferma il meccanismo dell’intesa con la Regione, ma in assenza di un ente intercomunale, se ne perde tutta l’efficacia programmatica. Si ritorna all’epoca della frantumazione dei fondi a pioggia. Non arrivano risorse in più rispetto all’anno precedente, e certamente non viene affrontato il gravissimo problema della carenza di personale. Questa norma condurrà ad un caos istituzionale e certamente non favorirà il coordinamento, che è invece indispensabile per lo sviluppo del territorio. Curiosamente sono comparsi nel sottocomma y) del comma 3 e nei commi 87 e 88, in zona Cesarini, delle risorse per il 2021 a favore di un istituendo ente intermedio.  È questa la riforma? Sono infine previsti cospicui ulteriori investimenti a favore di telecamere, sistemi di videosorveglianza e altri interventi volti a garantire la “sicurezza delle abitazioni private”. Ma se c’è davvero bisogno di “sicurezza nelle abitazioni private” penso ci si dovrebbe riferire a politiche attive per la riduzione degli incidenti domestici e delle cadute, che soprattutto per gli anziani sono la prima causa di disabilità permanente!

È molto grave e contraddittorio infine, che siano state tolte nell’articolo 11 (DDL 34) relativo al volontariato tutte le risorse riferite alla L.R. 33/2017 “Norme per la promozione del diritto al gioco e all’attività ludico-motoria-ricreativa” ovvero sul gioco di cittadinanza. Questo è condannabile non solamente perché sono centinaia di migliaia ogni anno i visitatori delle ludoteche e manifestazioni pubbliche di gioco nella nostra regione, ma il gioco sano è l’unico vero antidoto alle dipendenze, e soprattutto alla dipendenza dal gioco d’azzardo patologico. Inoltre il gioco è strumento per superare barriere e promuovere stili di vita sani e sostenibili.

In conclusione questa Legge di Stabilità e la sua collegata non offrono nessuna radicale novità. Non vi si trova nulla all’altezza della retorica del Grande Cambiamento condotta in campagna elettorale dalla coalizione oggi al governo, la retorica che descriveva la nostra Regione come un territorio in pezzi, da riaggiustare da cima a fondo. Entrambe riprendono in buona sostanza l’esistente, e non lo aggiornano. Che la loro retorica fosse in realtà una profezia?

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