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Elezioni UE, circoscrizione Nord-Est: Honsell, candidato indipendente nella lista PD

Ho accettato di candidarmi come indipendente nelle liste del Partito Democratico perché ritengo che le prossime consultazioni europee siano probabilmente le più importanti da quando – con felice intuizione – esattamente 40 anni fa una classe dirigente illuminata ha deciso di eleggere direttamente il Parlamento Europeo per rafforzare le basi democratiche dell’Unione e il senso di appartenenza a un comune destino per tutti i popoli europei.

Sono convinto che i problemi immensi che caratterizzano la nostra società possono essere affrontati solo su scala sovranazionale e l’Unione europea rimane la migliore chance a nostra disposizione e quindi reagire e contrastare il riemergere del nazionalismo, della xenofobia, delle ineguaglianze è un dovere civile prima che politico.

La sfida è molto difficile ma mi conforta avere in questo il supporto non solo del Partito Democratico ma anche di Articolo 1 e di Open Sinistra FVG che in questi giorni hanno manifestato la loro stima e vicinanza nei miei confronti e sono certo di poter lavorare assieme a Isabella De Monte che in questi anni ha ben rappresentato la nostra Regione in Europa e che affronta assieme a me la medesima sfida.

Lo stato innovatore

Lo stato innovatore di Mariana Mazzucato (Laterza, 2017) è uno dei libri di economia più incisivi degli ultimi anni. Contrariamente a questo sostiene la cultura liberistica, gli investimenti pubblici sono stati sempre al centro dello sviluppo economico dei territori. Attraverso molti esempi storici, Mazzucato ci ricorda che è il pubblico che si fa carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie (anche della comunicazione digitale, la celebre banda larga), che finanzia la ricerca e che produce gli strumenti più rivoluzionari nell’ambito delle telecomunicazioni, delle nanotecnologie, della farmaceutica, della green economy e non solo.

Quello che abbiamo visto per troppo tempo è stato un sostanziale abbandono da parte dell’Europa del terreno dello sviluppo scientifico e tecnologico, rimanendo a guardare passivamente la creazione dei grandi monopoli (ad esempio digitali) oltre oceano, con un pugno di megaimprese americane e cinesi che oggi si contendono la supremazia. Se Stati Uniti e Cina fanno grandi investimenti in termini di innovazione e tecnologia, l’Unione Europea deve recuperare il terreno perduto. Nella società della conoscenza, infatti, il motore dello sviluppo sta nell’innovazione e nella ricerca, in rapporto con le imprese.

Se verrò eletto Parlamentare europeo mi adopererò affinché l’UE metta in campo una reale politica industriale che, anche attraverso fondi decentralizzati, sostenga ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione, valorizzando il nostro tessuto produttivo, composto soprattutto da piccole e medie imprese. In questo modo si potranno creare nuove occasioni di lavoro, anche per i giovani.

Le dieci domande di Dialoghi europei e la risposta di Furio Honsell


Lei è favorevole o contrario all’integrazione europea? Ritiene che l’Unione Europea dovrebbe avere più o meno poteri? In quali settori ritiene che l’UE dovrebbe accrescere/diminuire la sua competenza e la sua iniziativa? E con che modalità ritiene che tali riforme debbano essere attuate?

Sono assolutamente favorevole all’integrazione europea, anzi al federalismo europeo nel senso di Spinelli, Rossi e Colorni. La debolezza e le criticità attribuite alla UE derivano proprio dall’ingombrante sovranità e dalla presenza ancora molto marcata degli stati nazionali nei settori cruciali del lavoro, della fiscalità e della politica estera. Molte di queste competenze possono essere acquisite dall’UE solamente con nuovi trattati internazionali. Ma la precondizione per una ripresa del processo di integrazione europea, che si è di fatto interrotto, è proprio la presenza nel Parlamento Europeo di membri i cui partiti nazionali siano europeisti. Negli ultimi decenni l’UE ha preferito aumentare il numero degli stati in qualche modo aderenti. Forse adesso è giunto il momento di cambiare passo e andare verso una maggiore integrazione anche a costo di lasciare indietro qualcuno. Non bisogna più cercare il minimo comune multiplo ma capire che l’UE è più della somma degli stati nazione.

È favorevole o contrario all’Euro? In che modo modificherebbe la politica monetaria europea o quale politica monetaria alternativa suggerisce?

Penso che aderire all’Euro sia stata la salvezza dell’Italia. L’Euro è l’unico argine al contenimento del debito. Chi si illude che battendo moneta propria si possa rendere competitive le aziende dimentica il debito. Il valore di una moneta nazionale è infatti deciso dalle borse e dalle piazze, senza rete. Ma è altrettanto ovvio che certe decisioni monetarie che hanno penalizzato indistintamente tutti in passato, come il patto di stabilità definito a livello nazionale, hanno colpito proprio chi poteva dare una mano anche alle regioni più in difficoltà, e ha aggravato la recessione. Dovrebbero essere favoriti tutti gli investimenti che vanno nella direzione dell’Agenda 2030 di riqualificazione energetica e sismica e di de-carbonizzazione. Azioni di questo tipo creano progresso e posti di lavoro.

Come valuta il Trattato di Schengen e le ricadute che ha avuto?
Non solo a livello generale ma anche nel contesto di un’area transfrontaliera come quella del Friuli Venezia Giulia? È favorevole o contrario all’ingresso della Croazia nell’area Schengen?

Sono assolutamente favorevole all’area Schengen e al suo allargamento, e all’incremento di tutti i processi che favoriscono la mobilità di persone e merci. Ma bisogna anche mettere mano alle leggi nazionali sulla tutela del lavoro e quelle fiscali. Oggi sono troppo disomogenee. Ne approfittano le multinazionali e chi vuole fare dumping sociale e salariale. Se non si introduce qualche forma di salario minimo e di contributi minimi si rischia solamente di avvantaggiare gli speculatori di forza lavoro. Ciò non fa bene né ai cittadini europei né alla UE.

Un altro dei temi strettamente intrecciati all’Europa è quello della politica fiscale e del commercio. Che posizione adotta in merito alla sua lista/il suo gruppo europeo? Ritiene che politiche fiscali e doganali siano maggiormente efficaci se di competenza dei singoli stati o se demandate, in parte o totalmente, alle istituzioni europee? Come per la domanda precedente, che ricadute pratiche una politica così come da lei formulata potrebbe avere sul nostro territorio e sul rapporto con le aree attigue non facenti parte dell’Italia? Cosa pensa dei rapporti UE-Cina e della Belt and Roas Initiative (c.d. nuova via della seta)?

Ho già risposto che le politiche fiscali e doganali dovrebbero essere gestite da un governo sovranazionale, così come la politica estera. La competizione al ribasso tra gli stati aderenti alla UE è l’origine di tutte le disparità. È contraddittorio che chi accusa di più l’Europa, poi voglia stati sovrani più forti. Il meccanismo è esattamente l’opposto. La Cina è un soggetto internazionale molto importante ma si deve evitare di scambiarlo per Babbo Natale. Abbiamo sotto gli occhi la politica cinese in Africa, che è una forma di neo-colonialismo, che non ha portato lavoro ma solamente allargato i mercati a proprio vantaggio. Solamente un’UE unita può pesare con i suoi 500M di abitanti al confronto con il miliardo e mezzo di cittadini cinesi. Nel programma del PD c’è un punto proprio sul ruolo che l’Europa deve svolgere a tutela dell’Africa.

Come valuta l’approccio sin qui adottato dai diversi livelli decisionali europei (Parlamento, Commissione e Consiglio) sul tema migratorio? Quali proposte porta la sua forza politica nazionale sul tema e tali proposte combaciano con le proposte formulate dal gruppo europeo al quale la sua forza politica è/sarà affiliata?

Il tema migratorio è stato molto strumentalizzato negli ultimi due anni, cinicamente e a sproposito. Molti confondono le politiche di immigrazione, definite da ciascun stato nazionale, con quelle dell’asilo politico, che invece sono disciplinate dai vari accordi di Dublino. Le leggi sull’immigrazione con motivazioni economiche o ambientali sono leggi nazionali. In Italia vige ancora la Bossi-Fini che rende quasi impermeabile il nostro paese ad ingressi per lavoro, studio e ricerca. Si dovrebbe varare una Direttiva Europea sull’immigrazione. La tragedia umanitaria che sta avvenendo in Libia deve essere risolta attraverso un’azione di politica estera unitaria dell’UE, che miri a fermare quei crimini contro l’Umanità che provocano la strage in mare di persone mosse dalla disperazione. L’unica risposta è quella che può dare un’Europa Federale. A causa dell’invecchiamento della popolazione, l’Europa ha bisogno di lavoratori migranti che abbiano un progetto di vita con le loro famiglie.

Come valuta l’approccio sin qui adottato dai diversi livelli decisionali europei (Parlamento, Commissione e Consiglio) sul tema migratorio? I Gruppi nell’Europarlamento non vengono formati su base nazionale ma transnazionale (devono cioè essere composti da almeno 25 deputati provenienti da 7 diversi paesi). Di quale gruppo farà parte dopo le elezioni europee se eletto? Il suo gruppo presenta uno Spitzenkandidat, ovvero candidato Presidente della Commissione europea, e se sì chi è?

Se verrò eletto aderirò al Gruppo Socialista Europeo, ma essendo indipendente di sinistra nelle file del PD, la mia attenzione andrà anche a tutti gli altri gruppi che condivideranno percorsi nella direzione del federalismo europeo. Il Gruppo Socialista ha già ipotizzato delle candidature per uno Spitzenkandidat, ma non mi sembra politicamente corretto individuare una tale figura a priori. Mi adopererò perché prima della persona vengano messi in chiaro alcuni obiettivi specifici da raggiungere.

Le differenze programmatiche fra le diverse forze politiche, nazionali e transnazionali, sono un elemento importante nella scelta degli elettori. Può citarci una proposta qualificante del programma elettorale della che modo modificherebbe la politica monetaria europea o quale politica monetaria alternativa suggerisce?

C’è sostanziale concordanza di programmi tra la mia forza politica nazionale e quella europea. Dovendone indicare uno nazionale prioritario indicherei l’obiettivo di garantire un lavoro tutelato in modo omogeneo in tutti i paesi europei, magari introducendo anche salari minimi per settore, così da evitare ogni forma di ingiustizia che penalizzi i cittadini più fragili, deboli o giovani. A livello europeo indicherei invece la lotta ai mutamenti climatici e il raggiungimento, entro il 2030, dell’obiettivo della riduzione del 40% rispetto agli anni ’90 delle emissioni di CO2 da fonti fossili, e l’obiettivo ancora ancora più ambizioso della neturalità carbonica entro il 2050. Questo processo di transizione e di de-carbonizzazione, inclusa l’eliminazione della plastica, potrà creare un’ampia gamma di nuovi posti di lavoro specializzati a tutti i livelli di competenza. L’Europa è l’unico soggetto che può gestire una riconversione industriale di questa portata senza drammi.

Il raggio d’azione dei partiti italiani finisce a pochi chilometri da Trieste e inizia quello dei partiti sloveni, croati, austriaci, ecc. L’Europa è fatta, oltre che di partiti nazionali, anche di relazioni e collaborazioni con forze politiche affini negli altri paesi. La sua lista ha interlocutori politici nei paesi confinanti? E nello specifico, quali i soggetti politici nei paesi vicini a cui fa riferimento?

C’è grande concordanza programmatica sull’Europa sia con i socialdemocratici sloveni che carinziani. Una settimana fa abbiamo sottoscritto un documento congiunto PD-SD (Socialdemacratici Sloveni) con gli obiettivi di politica europea per il nuovo mandato. Confidiamo di fare altrettanto con i socialdemocratici della Carinzia. Inoltre moltissimi sono stati i progetti transfrontalieri che sono stati realizzati nel periodo nel quale sono stato Rettore dell’Università e Sindaco di Udine con Croazia, Slovenia e Austria. Tutti questi progetti erano ispirati da una piattaforma di valori socio-politici comuni.

Due anni e mezzo fa il Regno Unito ha scelto tramite referendum, di lasciare l’UE. Ne sono seguite lunghe trattative e una difficile crisi politica interna al Regno Unito. Come valuta quanto avvenuto dopo il referendum e come ritiene che l’UE dovrebbe procedere in futuro negli ulteriori rapporti con Londra?

Lo stato di profonda incertezza a tutto svantaggio dei cittadini, anche del Regno Unito, che ha portato la lunga e ancora irrisolta vicenda della BREXIT è la dimostrazione che, a conti fatti, è molto svantaggioso uscire dalla UE. Dalla vicenda dell’Irlanda che, come Cipro, si troverebbe ad avere un muro alle innumerevoli difficoltà a cui andrebbero incontro i cittadini sia britannici che europei che si trovassero a vivere, lavorare o studiare non nel proprio paese di nascita: tutto è peggiorativo. Non credo che l’UE dovrebbe fare concessioni al Regno Unito, perché le posizioni intermedie, che pure già ci sono, non sono strategiche ma rispondono solamente ad opportunismi per i quali non c’è più tempo di fronte alle gravi problematiche.

Ci sono ulteriori elementi che ritiene di non aver potuto adeguatamente sviluppare nelle precedenti domande?

In sintesi ritengo che tutto quanto di strategico sia stato realizzato in questi ultimi 40 anni sia partito da lucide direttive europee. Mentre tutto ciò che ancora risponde a logiche di miope opportunismo e posizioni di ingiusto vantaggio dure ad abbandonarsi derivi dall’ostinazione con la quale gli stati nazionali non vogliano rinunciare alla loro sovranità, di fatto infinitesima su scala globale. Le grandi transizioni derivanti dalla lotta ai mutamenti climatici e la de-carbonizzazione, dai nuovi servizi di salute alle persone alla luce dell’invecchiamento della popolazione e le nuove sfide dell’urbanizzazione, possono essere affrontate solamente da un’UE più federale tutelando tutti i cittadini e i lavoratori. La rinascita dell’Europa riparte da un nuovo “piano Marshall” su questi temi gestito questa volta dalla UE. L’Europa è l’unica risposta, anzi è l’unica speranza!

Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici

La misura dell’anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici di Richard Wilkinson e Kate Pickett (Feltrinelli 2009) è un libro che ha ispirato da sempre la mia azione politica. I ricercatori mostrano, cifre alla mano, dopo trent’anni di analisi e comparazione statistiche tra dati raccolti in tutti i paesi sviluppati, che è la disuguaglianza la madre di tutti i malesseri sociali. Dove è maggiore il divario fra ricchi e poveri, infatti, è probabile che ci siano più violenza, più ignoranza, maggiore obesità, più criminalità, maggiore disagio, condizioni di lavoro più difficili. Ma il punto centrale è che in società molto diseguali non stanno peggio soltanto i più poveri, ma anche gli avvantaggiati. Tutti quindi potrebbero beneficiare di una società più giusta.

La sfida epocale, in questo contesto, è quella di innovare quel sistema di welfare che ha contraddistinto l’Europa, ricordandoci che solamente curando il benessere degli altri assicuriamo il nostro! Per fare questo bisogna la sostenibilità e rendere le nostre città a misura di tutte le persone più fragili dagli anziani ai bambini. Va perseguita la salute, intendendola non solo come assenza di malattia, ma come benessere sia fisico, che mentale, emozionale e relazionale. Ma ciò richiede un’azione olistica in tutta la società, che integri la salute in tutte le politiche non solo sanitarie ma anche economiche, urbanistiche, sociali e ambientali. Da sindaco fui membro del Political Vision Group che nel 2017 formulò il Copenaghen Major Consensus, caratterizzato dalle 6P: Persone, Pianeta, Posti, Partecipazione, Prosperità, Pace. Se verrò eletto mi impegnerò affinché nessuno rimanda indietro, promuovendo un’azione politica olistica.

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